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Cultura

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Ragusa, 17 febbraio 2018 – Domenica 18 febbraio 2018, alle ore 18, presso la Sala Borsa “Pippo Tumino” della Camera di Commercio (via Natalelli), sarà inaugurata la mostra di Franco Cilia “Tauromachia”, a cura di Andrea Guastella.

In occasione della serata inaugurale, l’attore Giorgio Sparacino leggerà alcune strofe del “Compianto per Ignacio Sánchez Mejías”, che Federico García Lorca scrisse nel 1934, per l’amico, mecenate e toreador, morto per le conseguenze di una drammatica corrida.

Il corpo di ballo della Scuola di Danza Mila Plavsic realizzerà una coreografia della corrida. Sempre nella serata inaugurale, verranno presentati una cartella di grafica creata appositamente dall’artista e un video dedicato alla pittura di Cilia, a cura di Giancarlo Busacca, che resterà fruibile a ciclo continuo per tutta la durata della mostra.

Saranno impegnati nell’accoglienza dei visitatori anche gli alunni dell’I.I.S. “Vico Gagliardi Umberto I”, impegnati in attività di alternanza scuola-lavoro con l’Associazione culturale Aurea Phoenix. L’esposizione chiuderà i battenti il 18 marzo prossimo.

 

***

La mia frequentazione con il maestro Franco Cilia risente parecchio del tempo anche se è sempre rinvigorita da un saluto, da una telefonata, da una chiacchierata come si fa tra amici. Riesce sempre a stupirmi con la sua verve poetico-letteraria che racchiude la sua visione della vita. Spirito eclettico, maestro delle arti visive, cittadino ibleo, e soprattutto del mondo, porta con sé una carica emotiva che dolcemente spalma nelle sue opere pittoriche cercando ciò che si muove dietro il visibile, oltre il quotidiano che ci circonda.

Ricordo che negli anni ‘70, quando ancora leggevo di lui senza conoscerlo di persona, i suoi interessi si erano polarizzati sulla ricerca intorno alle pitture nere di Goya e ai suoi rapporti con i labirinti della psiche, esplorando sul piano linguistico le possibilità di simbiosi tra informale e figurativo. A distanza di alcuni decenni ritorna su tali tematiche con la mostra “Tauromachia” curata dal critico d’arte Andrea Guastella. Goya è, in effetti, il maestro cui Cilia ha guardato con più attenzione nell’intera sua carriera, sino alle soglie del Duemila. Poi, per qualche tempo, altri autori – Turner in primo luogo – hanno calamitato il suo interesse, ma senza che i rimandi a Goya calassero di intensità.

L’esposizione, come il titolo stesso suggerisce, è un omaggio a Goya condotto sulla falsariga della sua Tauromachia, la raccolta di incisioni che illustrano le fasi della corrida, nonché episodi legati alle imprese di toreri famosi o a incidenti sul campo ma con una prospettiva che potremmo definire “dalla parte del toro”, come annota il curatore Andrea Guastella nella sua introduzione al catalogo.

Per la verità, tori e tauromachie sono state una costante della sterminata produzione di Picasso, con picchi nel periodo surrealista, quando la corrida diviene uno dei temi prediletti anche da Salvador Dalí, da cui Cilia mutua la tecnica espressiva, vale a dire l’abitudine di modificare, dipingendoci sopra, le incisioni di Goya sino a farle proprie. Cilia, però, nella corrida cerca di vedere e cercare altro: l’opposizione e la dualità, il contrasto tra il bene e il male, tra l’ombra e la luce, tra il maschile e il femminile, tra il carnefice e la vittima, tra l’amore e l’erotismo da una parte, la violenza e la crudeltà dall’altra. Una dimensione gravida di attrazione degli opposti. Ma anche carica di ambiguità. Chi va a vedere un combattimento per la prima volta, si rende subito conto di un fatto essenziale: il toro simboleggia la possanza, l’elemento maschile; il torero quello femminile. Il torero, visto di spalle, con le sue movenze, con leggerezza e grazia femminili, col suo abito luccicante, con le sue calze rosa, non può che essere la donna che cerca di circuire la bestia, di sedurla.

 

Perché Goya e la Tauromachia?

“In questi quadri dedicati alla Tauromachia, il mondo dei sogni e quello della realtà si incontrano. Goya ha saputo darmi, molto tempo fa, i colori per continuare il suo discorso, su questa lotta tra la vita e la morte. Forse è vero che “il bello è solo l’inizio del tremendo, che sopportiamo appena, e il bello lo ammiriamo così perché incurante disdegna di distruggerci”, come ci ricorda R. M. Rilke nelle elegie di Duino”.

Quello della vita è un gioco di specchi che la corrida offre nell’ora del tramonto, quando le ombre de la tarde si allungano sulle sagome dei toreador avvolgendoli in un manto di immortalità interamente umana. E’ in quell’istante che le pennellate di Franco Cilia diventano più forti e scure per scolpire le emozioni. 

Giuseppe Nativo

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Conversazione con Bruno Segre presso la Biblioteca “L. Capuana” di Ispica

 

Ispica, 8 Febbraio 2018 – Bruno Segre non è nuovo a Ispica, in questi ultimi anni ha più volte incontrato i ragazzi del liceo ed è innamorato del nostro territorio.

Ebreo italiano, vittima delle leggi razziali ottant’anni fa, docente, scrittore, formatosi nel Movimento Comunità fondato da Olivetti, ha sempre esercitato acume e intelligenza critica per comprendere il  senso della sua identità ebraica, vissuta sì come minoranza, ma in dialogo fecondo con le culture altre, perché le differenze, come ha suggerito più volte nel corso della serata organizzata dagli Amici della Biblioteca il 2 febbraio scorso, sono una ricchezza. Se, come ha affermato Antonella Macauda nella sua introduzione, l’anima della storia è il revisionismo continuo sul passato per giungere ad una nuova comprensione, a partire dal punto di vista che abitiamo, Bruno ha indicato l’importanza della memoria come educazione alla comprensione autentica della storia. Ricordare è un impegno etico e La Giornata della Memoria, che non è stata istituita per gli ebrei, rischia di diventare vuota celebrazione se non trasmette operatività progettuale alle nuove generazioni.

Tantissimi i temi le prospettive aperte dall’incontro del 2 febbraio e sollecitate da un pubblico attento. Israele biblico e la politica dell’Israele storico.

Mezzo secolo di occupazione dei territori palestinesi nell’arco dell’intera storia moderna - una delle occupazioni militari più lunghe che un popolo abbia mai inflitto a un altro popolo -, il rapido e forse irreversibile tramonto della soluzione “due stati per due popoli”, il progressivo immiserirsi della vita democratica all’interno dello stesso Israele, con una scarsa sensibilità per i diritti delle minoranze, rappresentano un insieme di situazioni per le quali la maggioranza degli ebrei americani considera gli attuali detentori del potere a Tel Aviv lontani dai valori dell’autentico sionismo, inteso come un’istituzione marcata da una robusta vocazione libertaria e da una chiara impronta laica e pluralista. Eliminando criticamente alcune facili semplificazioni che vorrebbero gli ebrei nord americani sostenitori della politica di Israele, Segre ha invece denunciato che Israele è diventato, oltre che un’etnocrazia, una teocrazia fondata sull’ebraismo ortodosso, imposto ope legis, oltre che di fatto, quale religione nazionale ufficiale, senza nessuna differenza con la negazione della democrazia di alcuni dei paesi arabi limitrofi. 

A lezione di questo ebreo abbiamo tentato di disegnare un’etica nuova in tempi di crisi, come indicava il grande filosofo Anders. Un’etica laica e che liberi da ogni forma di volontà di potenza o come ha detto Bruno, da ogni forma di idolatria.

Ebreo non religioso, nel corso della serata ha testimoniato e difeso con fine intelligenza una laicità autentica, che mantiene viva la messianicità, come non definitività di ogni verità, di un pensiero unico che mortifica le differenze, o direi l’avventura della differenze. “Anche se siamo pochi, siamo plurali. Plurali nelle idee, nelle abitudini, nei riti, nei modi di contemperare la modernità con la tradizione”. La laicità degli ebrei è sinonimo, insomma, di una prospettiva aperta, pluralistica, di una concezione ‘polifonica’ della vita e della cultura, apprese nelle lunghe e prolungate esperienze diasporiche. Sono laici, pertanto, quegli ebrei, poco importa se “secolarizzati” oppure “praticanti”, che rifiutano di lasciarsi imporre, e anche di imporre, un ‘pensiero unico’.

“Essere pluralista, come io sono - ha affermato - significa dunque riconoscere che la pluralità ebraica esiste, e che è importante disporsi ad accoglierla, del tutto laicamente, come un segno di ricchezza, come una benedizione. Ciò porta ad avversare un dogmatismo prevaricatore, qualsiasi matrice esso abbia e chiunque lo brandisca. Coloro che professano sinceramente una fede non sono di necessità portati a violare la libera espressione del pensiero altrui, mentre anche un ateo che si atteggi a chierico dell’ateismo esprime dogmatismo e diventa prevaricatore”.

Allo stesso modo ci ha invitato a lottare senza quartiere contro ogni forma, anche larvata, di idolatria. L’idolatria è una tentazione alla quale siamo tutti costantemente esposti, in ogni ambito e in ogni circostanza della nostra vita. 

Puoi essere idolatra anche di te stesso se ti accade di abbandonarti a qualche forma di narcisismo. Ma l’idolatria contro cui occorre battersi oggi è rappresentata, in prima istanza, da forme di eccessiva e mal riposta riverenza verso singole idee o particolari fenomeni o specifiche appartenenze, quali quelle al proprio gruppo etnico o alla propria fede o al proprio partito politico. La prova più evidente che la nostra fede o il nostro gruppo etnico si sono trasformati in idoli si ha quando manchiamo di rispetto o odiamo la fede o il gruppo etnico altrui, oppure quando ci dimentichiamo che nessuno ha il monopolio esclusivo della verità e ci rifiutiamo di ascoltare e accogliere tutte le voci di buona volontà che pure si levano e circolano in questo nostro difficilissimo mondo.

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Tango, una storia in breve - Itinerario di ballo e musica al Centro Studi Feliciano Rossitto

 

Venerdì 2 febbraio 2018, alle ore 10.00, nei locali del Centro Studi “F. Rossitto”, si terrà una conferenza stampa per illustrare “Tango. Una storia in breve” raccontata ed interpretata alla fisarmonica da Gino Carbonaro.

 

Il Tango è un universo, di cui si è detto tanto, ma di cui sembra resti sempre altro da dire. Nasce verso la fine dell’Ottocento in un preciso contesto geografico, ovvero lo spazio compreso fra le due città che fiancheggiano l’estuario del Rio de la Plata: Buenos Aires (capitale dell’Argentina) e Montevideo (capitale dell’Uruguay). E’ il frutto di una ibridazione tra diverse popolazioni. Nella sua creazione, infatti, sono implicati almeno tre continenti: l’America, dove questo ballo è nato e si è sviluppato; l’Europa, con i suoi emigranti che stabilitisi nella realtà platense hanno contribuito fortemente alla sua creazione; l’Africa, che a livello ritmico ha influenzato molto la sua nascita. 

Il tango è un genere musicale e un ballo, ma anche una poetica, un'interpretazione musicale, un modo di esprimersi e un linguaggio corporale col partner. Nel giro di pochi anni, diventa un evento di eccezionale importanza, subito esportato in tutte le parti del mondo. Si diffonde nelle sale da ballo americane ed europee a partire dai primi anni del Novecento, raggiungendo il suo apogeo negli anni ‘20. Il ritmo è binario ad andamento lento, ma esistono varianti come la milonga.

L’originalità del tema affrontato dal maestro Gino Carbonaro, con la sua inseparabile fisarmonica, sarà impreziosito dalla presenza di tangheri che si esibiranno con diversi balli (Tango e sue varianti). 

 

La serata di intrattenimento si terrà venerdì, 9 febbraio 2018, alle ore 17.30, presso la sala del Centro Studi “F. Rossitto”.

 

È prevista la presenza dei tangheri: Giacomo Lumia, Agnese Mascara, Tatiana Acquilino, Federico Gagliano.

 

Flauto: Iolanda Zuardi

Scuola Salotto d’Arte Caltagirone

Coreografia: ins. Francesca Auteri

Scuola: Barrio de Tango - Catania

L’iniziativa è resa possibile grazie alla sinergica cooperazione tra: Centro Studi “F. Rossitto”, Centro Servizi Culturali, Associazione Culturale “Genius”, Moica, Associazione Italiana Maestri Cattolici

 

Giuseppe Nativo

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Ragusa, 15 Gennaio 2018 – Il 25 gennaio 2018 alle ore 16, nella Sala Conferenze della biblioteca civica “G. Verga” di Ragusa (Via Zama 3) si terrà un incontro di studi sul tema “Incunaboli a…” l’esperienza del territorio di Ragusa tra pubblico e privato.

Interverranno il sindaco di Ragusa Federico Piccitto, il sindaco di Modica Ignazio Abbate, Orazio Di Giacomo (assessore alla cultura Modica), Calogero Rizzuto (soprintendente Beni culturali di Ragusa), Rosalba Panini (soprintendente Beni culturali di Siracusa). Modererà Nunzia Alba, direttrice della Biblioteca comunale di Ragusa.

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In mostra anche materiali del periodo medievale, rinvenuti da Gioacchino Bruno - Antiquarium di Sortino, inaugurata la mostra di reperti archeologici - Esposti 40 oggetti provenienti dalle collezioni del museo regionale Paolo Orsi di Siracusa

 

Sortino (Siracusa), 16 dicembre 2017 – Sortino per due giorni capitale dell’arte e dell’archeologia. La proiezione del video “La roccia ed il canto del fiume” di Paolino Uccello e Rino Cirinnà, ieri pomeriggio, al cinema Italia, ha inaugurato il convegno “Pantalica, un sito siciliano tra Protostoria e Medioevo” proseguito anche oggi quando, alle 12, nell’Antiquarium del Medioevo sortinese, è stata inaugurata la mostra di reperti della Necropoli di Pantalica e di Sortino diruta.  

Esposti per due mesi, fino al 16 febbraio 2018, 40 reperti archeologici che fanno parte delle collezioni del Museo archeologico regionale Paolo Orsi di Siracusa: una parte proveniente dall’attuale percorso espositivo, un’altra dai depositi. «La scelta dei materiali – spiega Maria Musumeci, direttore del Polo regionale di Siracusa per i siti e i musei archeologici, museo archeologico regionale Paolo Orsi - consente sia di storicizzare le ricerche effettuate in questo sito, ma soprattutto di seguire l’evolversi dei materiali caratteristici di questo contesto attraverso le varie fasi di vita della necropoli. Vengono presentati materiali dal vecchio fondo del museo con la tipologia espositiva dell’epoca. Essi rappresentano i tipi delle fibule che si evolvono nel lungo arco di tempo di vita delle necropoli. Gli stessi materiali ceramici sono stati scelti per documentare le caratteristiche dei corredi, soprattutto della prima e terza fase dall’area sia di Pantalica Nord sia di Pantalica Sud. Sono stati scelti corredi completi che fanno parte di un’unica tomba in modo da cercare di rendere l’idea dell’articolazione e ricchezza dei vari contesti. Si evidenziano, così, le varie tipologie ceramiche, da quelle caratterizzate dalla tipica ceramica rossa stralucida fino a quelle che documentano i contatti con la cultura greca, sia attraverso le forme che attraverso la decorazione. Sono presenti, accanto alle ceramiche, anche i piccoli oggetti di uso comune che accentuano il richiamo alla vita quotidiana. Proprio per seguire le fasi di vita di Pantalica sono anche esposti i materiali di epoca greca, rinvenuti all’interno di tombe, che documentano il loro riutilizzo in epoche posteriori. Del periodo bizantino si espone una fibbia in bronzo, di una tipologia frequente tra il VI –VII secolo d.C., che costituiva corredo dell’abbigliamento dell’epoca».

Esposti, per quella che dopo il 16 febbraio diverrà una mostra permanente, anche quasi 250 reperti, tra ceramiche, bronzi e monete, del periodo medievale rinvenuti da Gioacchino Bruno, fra i primi a trascorrere interi giorni alla scoperta di sentieri ormai impraticabili dell'antica Sortino e che da decenni  dedica le sue energie  alla valorizzazione del territorio, grazie anche all’iniziale supporto di Siciliantica. E così per la prima volta sono esposti campanelle, fischietti, piccole statue votive, posate di rame e di bronzo e, ancora, materiale in terracotta: cocci di vasi e di contenitori vari che, come spiegato da Gioacchino Bruno, si trovavano in ogni abitazione. 

Al taglio del nastro erano presenti Vincenzo Parlato, sindaco di Sortino, Rosalba Panvini, soprintendente ai Beni culturali e ambientali di Siracusa, Maria Musumeci,  direttore del Polo regionale di Siracusa per i siti e i musei archeologici, museo archeologico regionale Paolo Orsi, il ricercatore Gioacchino Bruno e Mario Blancato, coordinatore del convegno nel cui ambito è stata organizzata la mostra. Tante e tutte interessanti le relazioni degli studiosi che, per due giorni, si sono alternati al cinema Italia di Sortino per discutere di “Pantalica, un sito siciliano tra Protostoria e Medioevo”.

Di seguito una sintesi delle relazioni: 

Giulia Arcidiacono, Università degli Studi di Catania, Dipartimento Scienze Umanistiche, “Chiese rupestri e decorazione pittorica: le ultime fasi di Pantalica”. Il contributo ha per oggetto la decorazione pittorica che ancora si conserva, sebbene in condizioni di estremo degrado, alle pareti delle tre chiese rupestri individuate a Pantalica per la prima volta dall’Orsi nel contesto delle sue esplorazioni condotte in territorio di Siracusa tra il 1895 e il 1897: la chiesa di San Micidiario, ubicata a ovest di Pantalica, presso la sella di Filiporto, la chiesa di San Nicolicchio, posta sul versante meridionale del colle e la chiesa del Crocifisso, sita a nord dell’altura, nei pressi di Sortino. Le pitture ancora valutabili sono analizzate sul piano iconografico e stilistico, con conseguenti proposte di precisazione cronologica che tengono conto dei dati noti e di quelli di nuova acquisizione, delle caratteristiche architettoniche e strutturali dei tre edifici e dei potenziali modelli di riferimento.

Lucia Arcifa, Università degli Studi di Catania, Dipartimento Scienze della Formazione, “Considerazioni sulla Pantalica medievale”. L’intervento prende in considerazione le fasi altomedievali di Pantalica partendo da una riconsiderazione critica delle fonti documentarie e dei dati archeologici disponibili.  La migliore conoscenza degli indicatori archeologici per le fasi proto e medio bizantine consente in questa fase di delineare meglio le fasi di occupazione del sito e di impostare linee di ricerca aggiornate. Si cerca di contestualizzare le fasi di vita nel quadro più complesso delle dinamiche insediative dell’area megarese tra VI e IX secolo con particolare attenzione alla riconfigurazione socio-culturale di questi territori nel contesto della frontiera arabo bizantina.  

Massimo Frasca, Università degli Studi di Catania, Dipartimento scienze umanistiche, “Pantalica in età greca”. Per circa sei secoli, dal XIII al VII secolo a.C., Pantalica fu sede di un importante abitato indigeno. L’evidenza archeologica suggerisce che con lo stanziamento dei Greci sulla costa nella seconda metà dell’VIII secolo, si verificò una diminuzione della popolazione fino al definitivo abbandono del sito, probabilmente in coincidenza con la data di fondazione di Acre (663 a.C.). Una situazione che contrasta con quella derivante dalle necropoli di Monte Finocchito presso Noto, dove, invece, si osserva un incremento della popolazione e della ricchezza, durante le prime generazioni delle colonie greche, dovuta ai contatti con la vicina Eloro. Inoltre, a Pantalica, diversamente da Monte Finocchito, le importazioni di vasi greci nell’VIII e VII secolo sono molto rare. Nel contributo si cerca di stabilire se Pantalica sia stata definitivamente abbandonata nel VII secolo e se vi siano testimonianze di una presenza umana nel sito nei secoli successivi, e di quale entità e significato siano queste evidenze. L’esame è basato su una nuova lettura dei risultati delle indagini effettuati da Paolo Orsi nelle necropoli e da Luigi Bernabò Brea nell’area dell’anactoron.

Robert Leighton, University of  Edinburg (GB) History, Classics and Archaelogy, “Pantalica e la Sicilia: topografia e archeologia del paesaggio”. Questa presentazione illustra i risultati delle recenti ricerche archeologiche sulle tombe rupestri di Pantalica, le quali sono in gran parte datate dalla tarda età del bronzo all’età del ferro (circa 1250-650 a. C.). Malgrado siano numerose, le tombe rupestri sono essenzialmente trascurate come fonte di studio per la Sicilia meridionale, in primo luogo perché il contenuto originale è spesso sconosciuto e in secondo luogo, come nel caso di Pantalica, poiché le tombe spesso presentano problemi di accesso e visibilità. Inoltre, esse furono talvolta riutilizzate o modificate in epoca successiva assumendo finalità anche non funerarie. Tuttavia, le tombe possono fornire le risposte a varie domande quali: il ruolo dei monumenti funebri nella creazione e configurazione degli insediamenti; il loro rapporto con il paesaggio e le risorse naturali e il loro potenziale significato a livello di analisi demografica. Inoltre, la presentazione si sofferma sulla relazione delle tombe con altri monumenti del sito, in particolare le abitazioni rupestri di più grandi dimensioni. Sebbene questi ambienti siano spesso chiamati “cameroni bizantini”, essi sono di incerta datazione. 

Pietro Militello, Università degli Studi di Catania, Dipartimento Scienze Umanistiche, Direttore del Centro di Archeologia Cretese, “L’Anàktoron di Pantalica e le mura attorno ad esso. La datazione”. Il cd. Anaktoron di Pantalica è stato per molto tempo considerato l’esempio più eclatante di architettura preistorica con strutture murarie a innesto ortogonale; per planimetria e tecnica, inoltre, è stato considerato uno degli esiti più incisivi dei contatti culturali con il mondo egeo-miceneo. Tuttavia, a seguito di una suggestione di Aldo Messina, la cronologia preistorica è stata messa in discussione, e anche se non è mai stato effettuato uno studio approfondito, l’Anaktoron è praticamente scomparso dalla discussione sulle architetture preistoriche siciliane (si veda, per es. Leighton 2011). In questa sede si presentano i risultati di un riesame effettuato sul campo che conferma la cronologia dell’edificio alla facies di Pantalica Nord, mentre molto più evanescente appare la collocazione cronologica, e la stessa sincronia, dei tre muri di fortificazione scoperti da Bernabò Brea.

Francesco Tomasello, Università degli Studi di Catania, Dipartimento Scienze Umanistiche, “L’Anàktoron di Pantalica. L’architettura”. A parte alcune, ormai evanescenti ristrutturazioni di età altomedievale, per articolazione planimetrica e struttura edilizia appaiono evidenti, anche se dibattuti, i modelli egei. Del monumento, vero hapax nel contesto siciliano, se ne ripropone una rilettura nel quadro della riconoscibilità di alcune costanti morfologiche e nell’immaginifico planivolumetrico suggerito dalla analisi degli abitati, continentali ed insulari, della fine dei regni micenei e della diaspora delle loro genti.

Francesca Buscemi, CNR-IBAM (Istituto beni archeologici e monumentali) Catania, “La fortificazione di Pantalica”. La cronologia del tratto di mura che chiudono la sella di Filiporto è incerta, essendo state proposte sia una datazione greca sia una bizantina. L’intervento propone un riesame della cronologia basato su un’analisi delle tecniche murarie.  

Maria Musumeci, Dirigente responsabile Polo Regionale Siracusa per i siti e i musei archeologici - Museo archeologico P. Orsi, “Paolo Orsi, Pantalica e il Museo Archeologico P. Orsi di Siracusa”. Pantalica è stata per Paolo Orsi uno dei primi siti da lui visitati agli inizi del 1889, proprio poco tempo dopo essere giunto a Siracusa ed avere iniziato il suo incarico di “ Ispettore di 3° classe degli Scavi, Musei e Gallerie del Regno “a fianco di F.S. Cavallari, che poi sostituì nel 1891. In occasione del primo sopralluogo, egli pose le basi delle sue successive ricerche importantissime sulla preistoria e protostoria della Sicilia, con tutte le problematiche connesse, da quelle relative all’ethos dei Siculi a quelle dell’Oriente ellenico. Proprio per l’estesa durata delle sue necropoli, Pantalica costituì per Orsi un punto privilegiato della sua ricerca scientifica anche per la presenza di testimonianze di epoche più recenti, dall’età greca all’epoca bizantina e altomedievale. Orsi ebbe modo di rilevare, fin dal suo primo sopralluogo, l’importanza del sito, intuendone la grande potenzialità per le successive ricerche archeologiche. Sono state numerose le campagne di scavo condotte dall’Orsi e da lui pubblicate puntualmente, ma soprattutto vanno ricordate le due opere monografiche, del  1899, insieme con la pubblicazione della necropoli di Cassibile, e quella del 1912, con la monografia sugli scavi di Monte Dessueri. Attraverso le sue ricerche, condotte con pochi ma fidati collaboratori ed in condizioni spesso difficili, ha avuto modo di dare un quadro completo dello sviluppo delle necropoli e del sito di Pantalica attraverso i secoli e questi contributi sono ancora oggi vivi, per il modo con il quale Orsi ci ha lasciato la descrizione di luoghi e la  sintesi sulle problematiche delle ricerche. I materiali sono stati oggetto poi di esposizione nel Museo di Siracusa fino a quella del Museo a lui intitolato.  La mostra di materiali che si affianca ai vari contributi in occasione di questo convegno, ci consente di seguire lo sviluppo delle necropoli di Pantalica, ancora oggi oggetto di studi e di ricerche, evidenziando anche le problematiche relative alla tutela, che già Orsi aveva rilevato ed affrontato.

Fabrizio Nicoletti, Polo Regionale di Catania per i Siti Culturali, “Gli edifici rettilinei con distribuzione modulare dello spazio nella Sicilia dell’età di Pantalica”. A partire dal Bronzo recente si diffondono per tutta l’isola strutture edilizie modulari, a pianta rettilinea, formate da due o più ambienti giustapposti. Vi sono motivi per ritenere che questa tipologia rappresenti un fatto innovativo nel panorama architettonico locale, dato che non vi sono prove certe della sua esistenza prima di questo periodo. Sebbene non manchino indizi di una evoluzione locale di questa forma architettonica è possibile che essa sia sostanzialmente allogena e che vi sia effettivamente un rapporto tra la sua rapida comparsa e le relazioni tra la Sicilia e il Mediterraneo orientale. La gran parte degli edifici siciliani è giunta a noi con significative lacune. È però possibile cogliere una differenza fondamentale nel tipo di organizzazione interna dello spazio, tra strutture che tendono alla moltiplicazione paratattica degli ambienti e complessi di vani strutturati in un sistema gerarchico. La forma più elementare del tipo paratattico è costituita da una struttura a pianta rettangolare suddivisa in due ambienti da un tramezzo. La variante più semplice è caratterizzata dall’accesso indipendente di ciascuno dei vani dal lato esterno, e quindi dalla presenza all’interno di un divisorio cieco. Lo sviluppo organico della variante, è costituito da edifici con vani indipendenti o saltuariamente comunicanti attraverso un varco nel divisorio, che caratterizza spine di tre o più ambienti tutti allineati sullo stesso asse. Nella forma più complessa il tipo paratattico organizza due o più spine di ambienti intorno ad uno spazio aperto, in un sistema centripeto solitamente definito complesso a corte. Il tipo ipotattico è caratterizzato da una distribuzione degli ambienti che prefigura una disposizione gerarchica degli spazi. Nella planimetria di queste strutture sono presenti varchi di comunicazione nei tramezzi e anche vani coperti destinati a disimpegnare i diversi ambienti. Questi edifici, che spesso assumono carattere monumentale già nel tipo di murature, vengono spesso definiti palazzi o anaktora, sebbene non sempre sia possibile datarli con certezza ad età protostorica.

Rosalba Panvini, Soprintendente ai Beni Culturali e Ambientali di Siracusa, Università degli Studi di Catania, “La necropoli protostorica di Dessueri nel Bronzo recente: l’architettura ed i corredi  funerari”. Dopo gli scavi condotti da Paolo Orsi nella necropoli rupestre di Dessueri, che risalgono al primo decennio del secolo scorso, si è dovuto attendere oltre 80 anni, prima di ricominciare ad indagare le vaste aree funerarie. Infatti, tra il 1999 ed il 2004, con diverse campagne di scavo, sono state esplorate altre 216 tombe del tipo a grotticella artificiale scavate nel calcare, che si aggiungono alle quasi 1500 censite dal padre dell’Archeologia preistorica siciliana. Le più recenti indagini si sono concentrate sul versante Ovest del Monte Canalotti, una tre alture, insieme alla Fastucheria ed al Monte Dessueri, che compongono il comprensorio territoriale ricadente tra Mazzarino e Butera e sulle quali si estendono le vaste necropoli. La documentazione raccolta nel corso di queste indagini, se da un lato ha in parte confermato alcuni dati evidenziati da Orsi, dall’altro ha consentito di acquisire elementi nuovi circa la frequentazione delle aree funerarie, la composizione dei corredi, nonché  dati significativi nel campo delle produzioni ceramiche e dei materiali in metallo che completano il quadro delle conoscenze fino ad ora noto. Come già riscontrato da P. Orsi, sono davvero poche le tombe a doppia camera, numerose invece quelle a celletta singola nella quale potevano essere sepolti da uno a tre individui e, soltanto in pochi casi, un numero maggiore di inumati. Si trattava evidentemente di camere destinate ad individui dello stesso nucleo familiare, deposti insieme al loro corredo. In alcuni casi sono stati ritrovate tombe i cui ingressi prospettano su uno spazio comune riservato alla deposizione di oggetti utilizzati per svolgere funzioni rituali, come il banchetto in onore dei defunti. A fronte delle pochissime tombe attribuibili alla I fase di Pantalica Nord, si è avuto modo di riscontrare un numero consistente di sepolture riferibili alla fase II di Pantalica ed altrettanto numerose sono risultate quelle della facies di Cassibile. Anche gli oggetti in bronzo (fibule, pugnali e rasoi) e gli anelli in oro, recuperati nel corso dello scavo delle sepolture indagate negli ultimi decenni, confermano i tre momenti di uso delle necropoli, che coincidono con le fasi di vita dell’insediamento individuato sulla vicina collina, conosciuta localmente con il nome di Monte Maio.  

Fabrizio Nicoletti, Rosalba Panvini, “Dessueri. L’abitato protostorico di Monte Maio (strutture e scavi 1993-2001)”. Dei quattro monti che formano il complesso archeologico di Dessueri, Monte Maio è il minore, ma anche il più centrale. Per la sua posizione esso fu sede di un abitato cui sono da ricondurre le necropoli rupestri scaglionate sugli altri tre monti (Dessueri, Fastucheria e Canalotti). Il monte appare frequentato in modo stabile dal Neolitico antico fino al VII sec. a.C. Durante questo lungo arco temporale l’abitato conobbe espansioni e contrazioni che interessarono tutti i versanti del colle e in particolare quelli meridionale e orientale nonché la sella che lo unisce a Monte Canalotti dove si trovano tutte le strutture fino ad oggi indagate. Le strutture più antiche risalgono alla media età del Bronzo cui sembrano appartenere lembi superstiti di due capanne curvilinee, una delimitata da un tratto di muro a secco, l’altra da una trincea perimetrale scavata nell’argilla vergine. Dall’età del Bronzo recente l’abitato assunse caratteristiche proto-urbane e una superficie forse superiore ai quattro ettari. Gli scavi condotti estensivamente permettono di distinguere diverse fasi nello sviluppo del centro protostorico e di conoscere dettagli planimetrici e topografici dell’area di abitato alle pendici est del monte. Della fase più antica sono noti pochi resti datati da frammenti a stralucido rosso. La successiva fase, datata da ceramiche piumate e di tipo ausonio, è quella di più intensa attività edilizia, testimoniata dalla progettuale costruzione di un sistema di terrazzamenti a grossi conci di calcare che inglobano edifici monumentali. Si conoscono dettagli di due di questi edifici e porzioni disarticolate di altri. Gli edifici, che subirono nel tempo sostanziali modifiche, appaiono sin dal primo impianto articolati in sistemi modulari vani e ambienti di passaggio. I muri perimetrali e talvolta anche i divisori erano realizzati con conci uguali a quelli dei terrazzamenti. Più di rado i divisori erano costituiti da muretti a due paramenti di pietre sbozzate. I piani pavimentali erano in argilla cruda ad eccezione delle soglie pavimentate con lastre di gesso selenitico. In una fase successiva i due edifici meglio indagati furono radicalmente trasformati utilizzando le precedenti tecniche edilizie, tuttavia applicate con minore qualità e maggiore approssimazione. In uno dei due edifici il cambiamento fu preceduto da un incendio localizzato. Del momento successivo, ancora datato da ceramiche piumate, si conoscono livelli d’uso dei precedenti edifici e resti disarticolati di altre strutture. Dell’ultima fase dell’abitato, datata da ceramiche indigene a decorazione geometrica, che dovette terminare verso la metà del VII sec. a.C., si conoscono alcune paleosuperfici e parte di una casa rettangolare, costruita con muretti di pietre irregolari.

 

 

 

 

L’ufficio stampa 

del convegno

Paola Altomonte 

Tessera n° 065055

 

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