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Cultura
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Leggo con molto interesse e curiosità la raccolta di versi pubblicata a Parigi, nel 2015, su “Revue européenne de recherches sur la poésie” di Tonko Maroević, croato di Spalato, che vive a Zagabria, nella cui università è docente.

Poeta di mare e di terra, poté bagnarsi con me (lo ebbi ospite a Ragusa per un incontro culturale) nel Mediterraneo, proprio nell’acqua che guarda la sponda opposta della Tunisia e della Libia. Insomma, la strada di mare che nei viaggi avventurosi dei migranti unisce l'Africa all'Isola e che nel Mito fu il mare di Ulisse e nella Storia di Paolo di Tarso, e di Vittore, Nabore, Felice già nel IV secolo avanti Cristo.

Con Tonko ci immergemmo in acqua per un rito di fratellanza testimoniato dal nostro comune mare, anche se quello che lambisce le sponde della sua terra è denominato Adriatico.

Una stretta di mano tra le onde, per condividere i miti e la storia delle nostre sponde. 

Come in un'avventura ulissea i “ritorni” di Tonko Maroević, nei versi del componimento Nenia ragusea (la sua Ragusa, in Dalmazia), si immedesimano nei recuperi del tempo degli affetti perduti e dei ricordi. Un vagheggiamento della terra-amnio nel tempo doloroso della Storia, attraversato da una tensione e un sentimento foscoliano: ricercare, ritrovare, rivivere momenti che non ritornano se non nella memoria: “Al numero cinque abitava Milan/con Jelena, ovvero andava e tornava /come un nomade ramingo per il mondo, ma radicato/a Dubrovnik soltanto, in che altro posto sennò.// Al numero tre abitava Grytzko,/con Angela, ovvero si era stabilito per poco/seguendo le tracce greche, arcaiche,/nel mitico vortice di Cadmo e Armonia”.

Questa poesia nasce dal mare, ma per unire, in una sola acqua rappacificata, l'Adriatico e il Mediterraneo per una storia che sia insieme storia dell'Uomo e storia dei Popoli, qui e ovunque sulla terra, ieri e oggi e sempre. Anche là, dove l'endecasillabo prevalente, in questa poesia, finisce per cedere il passo alla misura del verso ipermetro per darci l'immagine del cammino lungo e tortuoso della Storia e della sua memoria in quanto memoria dell'Uomo nel tempo della terra, nella quale si edifica e si distrugge sino a quando ogni cosa non torni a esistere nella mente e nei desideri e nella nostalgia di ognuno - già, il nostos, il ritorno: “I sedimenti del comune passato e gli strati della storia personale/si mescolano nel percorso più breve tra il Peristilio/e la Piazza della frutta, mentre lo slargo Michele fa/sembrare solo più stretta la galleria scavata nella memoria”. Ed ecco: il passato diviene la misura liete del presente, che invece rattrista. Da questo sentimento, origina la poesia - sotterranea e aerea - di Tonko, col pensiero rivolto all'origine della Storia, ai ricordi, alla cultura delle tradizioni della sua terra. E' l'elegia della terra, evocatrice di ricordi dei luoghi, lontani nel tempo, e di saggezza poetica che si apre ai ricordi e si fa verso, poesia: “E' un piccolo passo per l'umanità,/ma nel gesto condensato in pietra/sono già secoli, persino millenni di nostalgia [...]/”.

L'epopea dell'uomo nella pietra che ne sintetizza gli stadi della vita, dal suo nascere al suo svanire, pur non celandone il cruccio di doverla abbandonare, noi, vocati al destino dell'oltre-mondo. Mi pare, appunto, questo il senso della poetica su cui si reggono i versi nostalgici e tensivi, disillusi e conflittuali e dolenti del poeta Maroević, cosmopolita di Zagabria, ma col cuore aperto al mondo e ben radicato nel suo e nostro “Mare-di-mezzo”, il Nostrum, il Mediterraneo, appunto.

C'è, poi, un'immagine forte sul fiume che, nella sua ambivalenza, resta l'espressione di una realtà insostenibile; ma è anche l'altro aspetto che qui ci riguarda e che appartiene all'uomo, quello che si eleva al di sopra della fanghiglia della Storia e della terrestrità: “Il fiume ammassa plastica e stracci,/ma nel fondo scorre come fosse limpido,/dimentico dei sedimenti [...]”. Il poeta lavora sulla metafora per dare la misura e talora la miseria dell'esistenza, mostrarci segnati dalle anomalie dell'esistenza, indicare all'uomo la forza salvifica del volo... Il suo, è un dialogo serrato e ininterrotto con la natura (madre natura!), in sé edenica, ma turbolenta e alterata dallo strafare dell'uomo che rischia la condizione dell'ominide: “Qualcheduno sfrutta l'occasione/per nascondersi nelle fronde, tra i bruchi/nel tronco o per mordere un seme,/se il frutto maturo non c'era/né si trattava della raccolta autunnale/dell'albero della conoscenza”.

Sono ricorrenti, tra questi versi, allusioni e riferimenti biblici, allo scopo di definire la condizione che deriva dalla “caduta” dell'uomo e la conseguente nudità del peccato che ne segna lo smacco e la sconfitta e la vergogna, così che ne soffre perfino la poesia “[...]./La fertil mistura/ha intorbidito l'endecasillabo/sciolto e per il buon esito bisogna/dei cristalli interni fidarsi, e/dal fitto tessuto verbale una/prospettiva spumosa estorcere/invece della pointe”.

Tonko Maroević è poeta colto, che trova negli interessi variegati della sua cultura la parola più idonea a esprimere immagini di forte suggestione poetica, racchiudendo ogni cosa nelle allusioni e nelle sfumature dell'allegoria, nella quale si ritrovano la vita e fors'anche i suoi inganni. 

Giovanni Occhipinti


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