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Cultura

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Ragusa, 9 gennaio 2019 – Gli alunni della classe 4° del Plesso F. Grimm , I.C. ‘Berlinguer’ di Ragusa, diretto dalla Dott. Ornella Campo, accompagnati dalla prof. Marinella Pitino, sono stati accolti  presso il Palazzo dell’Aquila  in aula consiliare  dal sindaco di Ragusa Avv. Peppe Cassì e dal consigliere comunale Avv. Andrea Tumino.

L’iniziativa si inserisce all’interno di un percorso didattico che mira ad avvicinare gli alunni ai basilari concetti di partecipazione, di democrazia e di amministrazione della “cosa pubblica”. I piccoli studenti, prima delle festività natalizie avevano spedito al primo cittadino lettere formali in cui si chiedeva la realizzazione di alcuni interventi per migliorare per la qualità della vita e la vivibilità della città.

Il Sindaco, in risposta alle loro richieste, ha fissato un incontro e stamattina i ragazzi hanno avuto la possibilità di interloquire direttamente con lui e di discutere su temi importanti come la convivenza civile, i servizi per i diversamente abili, la cura delle strade, dell’ambiente, la realizzazione di spazi ricreativi, la solidarietà e i diritti dei bambini.  

Tra le richieste più specifiche,  la realizzazione di una passerella  per disabili sull’arenile di Punta Braccetto, il potenziamento delle piste ciclabili, percorsi attrezzati per bambini nella vallata Santa Domenica, maggiori servizi e spazi ricreativi   nelle ville comunali, iniziative di solidarietà come l’allestimento per  le feste natalizie di un grande albero al centro della città con sotto i doni per i bambini meno fortunati. 

Gli alunni si sono dimostrati entusiasti e interessati alle risposte fornite dal  sindaco Cassì, che si è complimentato  per la sensibilità, l’impegno  e l’attenzione mostrata verso le problematiche  sociali e ha rimarcato  quanto sia importante coltivare il senso civico ed il rispetto per la propria città. 

A fine incontro il sindaco Cassì  ha regalato alla classe,  come ricordo di questa entusiasmante giornata, un bassorilievo in polvere di marmo di Roberto Lo Magno raffigurante lo stemma del Comune di Ragusa che è già stato esposto in classe.

s. m.

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Mòrfosi: inaugurazione - sabato 19 gennaio, ore 17.30, Silva Suri Country Hotel / Contrada Pulce Carrera s.n. / Marina di Ragusa (RG)

 

Ragusa, 9 gennaio 2019 – Al silvasurimseum di ragusa la mostra personale “mòrfosi” di Salvatore Provino. amico di Guttuso, l’artista siciliano presenterà le opere di oltre 50 anni di attività. dal 19 gennaio al 3 febbraio a cura di Antonio Vitale. 

Dal 19 gennaio al 3 febbraio 2019, a Marina di Ragusa (Ragusa), il SilvaSuriMuseum promuove ed ospita la mostra personale “MòRFOSI” di SALVATORE PROVINO a cura di Antonio Vitale. 

 

In occasione di “MòRFOSI”, questo il titolo della personale, che sarà inaugurata sabato 19 gennaio alle 17,30, le sale dell’antica dimora del Silva Suri Resort, oggetto di un’importante operazione di restauro e contestualizzazione dell’intero complesso rurale nella suggestiva campagna ragusana che lentamente degrada verso la sua “Marina”, accoglieranno circa ottanta opere realizzate tra il 1962 ed il 2018 dall'artista siciliano di nascita (Bagheria, classe 1943) e romano d’adozione (dal 1960).

Un itinerario pittorico che abbraccia in oltre 50 anni di mestiere, arte, curiosità e sperimentazione, quattro tra i più importanti momenti artistici in cui poter riassumere l’espressione artistica del maestro Provino. Un viaggio singolare nella materia e nel segno che, attraverso il lavoro incessante del pittore, ci svela la profondità sensibile dell’uomo; di un Provino che, idealmente sulle orme di Ulisse, ha affrontato ed affronta la “navigazione”, senza misura e senza filtri, nel suo coetaneo e mutevole tempo di ogni giorno, facendoci approdare su territori familiari ed intimi che ci parlano della sua personale idea di contemporaneità: di un’arte alla ricerca dell’uomo, che guarda la bellezza della Natura e che tende a restituirci, tra tele e colori ad olio, il corpo mutevole della Vita.

Ecco dunque come, dapprima, la mostra saprà parlare al fruitore, tra accenti ed approfondimenti, dell’amore viscerale di Provino per i luoghi della sua amata terra di Sicilia con le sue assurde contraddizioni che la rendono un luogo unico, seducente e maledetto al contempo. Risalenti ad un periodo che va dalla fine degli anni ’50 ai primissimi anni ’60 sono le opere che attraverso un registro pittorico “Figurativo” raccontano, come per istantanee successive che corrono sul sottile filo della vita e della memoria, paesaggi e volti intrisi dai colori agrumati e dalla luce accecante della sua amata Isola, che a volte però conosce le ombre di una “Sicilitudine” che rende l’isolamento fisico dell’uomo-isolano una difficoltà ulteriore, e non un’opportunità, per affrontare le prove e le durezze della vita.

Dal ’65 al ’73 nascono numerose opere brumose dalle pennellate formalmente “Espressioniste” per raccontarci, sulla pagina della superficie di una tela, l’osservazione amara e dura delle cose del mondo affrontate però con un procedere ideativo che partendo dalla narrazione pittorica della lacerazione insegue e trova la riparazione. Un perenne caos alla ricerca della propria armonia: di un equilibrio.

Dal ’74 al ’78 l’incontro con la teoria delle “Geometrie non Euclidee” di Nicolaj Ivanovic Lobacevskij delle quali, grazie all’intervento dell’amico bagherese Renato Guttuso, avrà modo di approfondirne i contenuti, e da questi trovare gli spunti pittorici, durante i numerosi incontri con il matematico e filosofo Lucio Lombardo Radice. Nasceranno opere nelle quali  “Il segno – curvo – si tramuta in labirinto di superficie dipinta”.

Dal 1978 il viaggio di Provino alla ricerca della pittura di uno Spazio possibile e credibile trova il suo orizzonte espressivo, talora anche informale, in opere di “Astrattismo plastico” come ebbe a chiamarle il critico e storico dell’arte Giorgio Di Genova o anche, come ne parla il curatore della mostra, “Opere dai segni lenti e materia concreta in un continuo mutante stato verso transitori spazi illusori” nelle quali non esiste un confine ragionevole o prevedibile tra segno e materia, in un totale armonico e personalissimo confondimento tra testo e contesto.

Come scrive, ancora, Antonio Vitale nel catalogo che racconta Mòrfosi: “Egli con la sua lunga opera si è reso ladro di nuovi inesplorati spazi, d’indicibili taciuti misteri che, quadro dopo quadro, cercano una soluzione ai continui interrogativi che da sempre folgorano la sua vita e la rendono stretta nella sua pelle, di un animale bambino rimasto perduto nello stupore che nasce dalla bellezza che attorno a noi fluisce e sa regalare sempre nuovi scenari ed ipotesi, di natura e d’umanità, che trovano la sintesi nella natura-umana di cui Provino ostinatamente, e velatamente, sa scrivere attingendo dalla materia della pittura, ricercando tra le miserie di singolari personaggi incontrati ed i bagliori di illuminate persone conosciute, tra i pugni che il mondo sa sferrare e le dolci carezze che una madre sa regalare. La sua vita è stigma di un’anima inquieta di chi vorrebbe, mai stanco, sempre correre come – puledro nella brughiera – spezzato dal ferro delle catene di regole ed orientamenti, di stili o stilemi artistici precedenti o precostituiti.

Le opere di Provino nascono per essere singolari, immerse nella pluralità discontinua di un’umanità diffusa in cerca della propria voce, del proprio canto, della propria pelle, del proprio nome.”

MòRFOSI vuole essere un racconto in pittura che comunica un respiro o una trasformazione in atto che, quadro su quadro, afferma sempre qualcosa di forte ed intenso, ma che nel farlo si apre a successive ipotesi. 

Ogni opera è al di là di sé, altro altrove.    

 

***

Salvatore Porvino, MòRFOSI, a cura di Antonio Vitale

opere 1962–2018

mostra promossa da SIVASURIMUSEUM

organizzazione di Salvatore Tumino, coordinamento di Giuseppe Vitale, con il patrocinio di Regione Siciliana, Assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Comune di Ragusa

inaugurazione – sabato 19 gennaio, ore 17.30

Silva Suri Country Hotel, Contrada Pulce Carrera s.n. – Marina di Ragusa (RG)

allestimento di Giuseppe Corradino e Carmelo Bongiovanni

mostra visitabile fino a domenica 3 febbraio 2019, tutti i giorni – 10.00>>13.00 / 17.00>>20.00 - ingresso gratuito

ringraziamenti a: Dott. Sebastiano Tusa – Assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Avv. Giuseppe Cassì – Sindaco di Ragusa, Arch. Calogero Rizzuto – Soprintendente ai Beni Culturali ed Ambientale di Ragusa

Argomento: Numismatica
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Esistono i rebus che si trovano sulle pubblicazioni specializzate nel settore dell’enigmistica. Sembrano irrisolvibili ma con un pochino di buona volontà e dimestichezza si arriva, non di rado, alla soluzione. Ma le cose, ovviamente, non sono mai così semplici in quanto esistono anche quelli che si potrebbero definire “rebus monetali”.

La parola “rebus” è anche metafora di una situazione intricata e, talora, di difficile interpretazione. Anche nell’ambito della numismatica, ovvero lo studio della moneta e della sua storia, si presentano agli studiosi dei veri e propri rompicapi.

Perché accade tutto ciò? «Abbiamo composizioni monetali che – risponde Stefania Santangelo (numismatica, CNR IBAM Catania) - a causa dell’incompletezza delle nostre conoscenze diventano rebus molto difficili se non impossibili da risolvere».

 

Vi sono rebus monetali che riguardano la Sicilia antica?

«Non mancano certamente quelli relativi alla Sicilia greca. Si tratta di veri e propri rompicapi numismatici, ovvero soggetti monetali che ancora non riusciamo bene ad interpretare».

La moneta è ed è sempre stata principalmente un mezzo di scambio oltreché strumento economico di ricchezza, ma va ricordato che nell’antichità rappresentò qualcosa di più, poiché fu anche un efficace strumento di comunicazione. Una sorta di “social medium”, utile a traslare da una parte all’altra del mondo non solo il proprio potere economico, ma anche un insieme di informazioni di tipo più ampio, secondo un meccanismo che oggi potrebbe essere definito di “visual communication”. Destinati infatti ad apparire in un documento ufficiale, i temi impressi nel tondello di metallo furono frutto di attenta elaborazione e di scelte perseguite coscientemente da parte dell’autorità di riferimento che, al contempo, ne garantiva il potere d’acquisto. In breve, le iconografie monetali furono espressione delle ideologie e del patrimonio culturale e non è difficile comprenderne il motivo. La moneta, infatti, piccolo e maneggevole oggetto, circolando, passando di mano in mano, oltrepassava i confini della città e dello Stato che l’aveva prodotta portandone con sé e veicolandone messaggi: prodotti tipici, divinità onorate, culti, alleanze o sudditanze politiche, celebrazioni di vittorie negli agoni e poi, come accadrà nel periodo romano, mode ed elementi di vera e propria propaganda politica. Forse riesce difficile oggi capire appieno le caratteristiche intrinseche della monetazione antica, abituati come siamo a maneggiare il denaro svogliatamente e distrattamente con un interesse che non va oltre la lettura del valore nominale, mentre i messaggi di tipo sociale, politico, culturale ci raggiungono attraverso altri canali.

«Tuttavia – spiega la dottoressa Santangelo - l’accesso ai messaggi che la moneta voleva trasmettere nell’epoca in cui vennero formulati non è sempre immediato da parte di noi moderni, poiché spesso non siamo in possesso di tutti gli strumenti utili a decodificare e leggere con la corretta lente quella che può apparire una semplice immagine. Si dice che gli studiosi che ‘concordano’ nella descrizione delle immagini monetali, ‘divergano’ spesso nell’interpretazione del loro significato ed infatti non è insolito imbattersi in iconografie monetali a cui non sappiamo dare una lettura convincente e unanimemente accettata». 

Qualche esempio?

«Sfugge agli studiosi moderni il vero motivo per cui si trova un gallo nella monetazione di Imera a partire dalla fine del VI a.C. Per alcuni si tratta dell’emblema ‘parlante’ della città poiché il gallo è l’araldo della vittoria della luce del giorno – hēméra - sulle tenebre. Ma il gallo è anche animale sacro a molte divinità tra cui Asclepio che in quanto medico deve essere costantemente vigile e sollecito, come appunto è noto il gallo sia. Socrate, nel finale del trattato sull’immortalità dell’anima (Fedone) di Platone, dopo aver bevuto la cicuta invita i suoi discepoli a sacrificare un gallo ad Asclepio in segno di riconoscenza per l’ottenuta guarigione dagli affanni della vita. Il gallo è dunque legato ai riti di passaggio della vita dell’uomo (matrimonio, nascita, morte); è, d’altra parte, emblema di coraggio e di forza in battaglia, rappresenta la vigilanza, ed il suo canto annuncia l’arrivo del giorno, la rinascita».

E quindi?

«Come si vede, tante ipotesi ma nessuna certezza. Uguale tentativo di “disanimalizzare” l’animale impresso su un tondello, è stato fatto per un’altra importante monetazione della Sicilia greca, quella di Agrigento. La tipologia si presenta, fin dall’inizio, assai costante: il granchio, in coppia nell’altro verso con un’aquila (inequivocabilmente legata a Zeus), può essere allusivo al fiume al mare o ad una divinità locale, essere l’emblema parlante della città oppure ispirato da Kos, l’isola greca da cui partì un gruppo di coloni per raggiungere la città siceliota (le monete di Kos recano infatti l’immagine del granchio). Il crostaceo, per via delle zampe a tenaglia, si potrebbe ricollegare anche all’arte di forgiare il metallo e quindi al dio Efesto/Vulcano». 

Ed ancora, un altro bel rebus fra i sémata (così vengono chiamati i tipi monetali) impressi nelle monete della Sicilia greca è la figura mostruosa che campeggia sul dritto di alcune piccole frazioni d’argento di Imera (V sec. a.C.).

«È così. La moneta raffigura la parte anteriore di un mostro alato dal volto umano, un lungo corno caprino, mentre testa e zampe leonine gli sporgono dal petto. Si trova accoppiato ad una figura bacchica che cavalca un caprone. Non è facile comprendere il significato di queste immagini, ma è evidente che si tratta della rappresentazione di momenti legati ad un culto locale (presso la città si trovavano infatti famose sorgenti termali che secondo il mito sarebbero state fatte sgorgare in onore di Eracle dalla Ninfa eponima Imera) di cui ignoriamo i particolari».  

Questi sono alcuni degli esempi più eclatanti di rompicapi o rebus numismatici, e tanti altri ancora possono essere citati. È per questo, forse, che la storia e le scienze storiche come la numismatica non perdono mai il loro fascino e continuano ad attrarre.

 

Giuseppe Nativo

 

 

 

 

 

 

Argomento: Fotografia
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Prorogata fino al 13 gennaio a Modica la mostra “Sicilia, l’isola mai vista” di Luigi Nifosì. Giovedì 10 conferenza con Sebastiano Tusa, assessore ai Beni Culturali e archeologo

 

MODICA (Rg), 4 gennaio 2019 – E’ stata prorogata fino a domenica 13 gennaio “Sicilia, l’isola mai vista”, mostra di foto aeree diLuigi Nifosì visitabile a Modica in due sedi con un biglietto cumulativo di 2 euro. Ripartita in quattro sezioni – archeologia, città, isole e vulcani - “Sicilia, l’isola mai vista” è impaginata nell’ex Convento del Carmine, dove sfogliare l’atlante visivo di città, isole e vulcani, e nelle sale della Fondazione Grimaldi per un viaggio nel tempo con la raccolta di scatti – molti dei quali inediti - dedicati a siti archeologici, preistorici e rupestri disseminati nell’isola, anche in luoghi pressoché sconosciuti e inaccessibili. Oltre cento immagini “in volo”, stampate in grande formato e oggetto in queste settimane di affollate visite guidate che hanno visto, nel ruolo di autorevoli Ciceroni, i due illustri curatori scientifici, lo storico Uccio Barone e lo storico dell’arte Paolo Nifosì, e lo stesso autore, il fotografo Luigi Nifosì. Tra gli eventi collaterali, a chiusura della mostra, è in programma giovedì 10 gennaio, ore 18 (Fondazione Grimaldi, ingresso libero) l’attesissima conferenza di Sebastiano Tusa, insigne archeologo – specializzato nel segmento dell’archeologia marina – e attuale assessore regionale dei Beni Culturali. Con lui, per raccontare al pubblico “Il paesaggio archeologico in Sicilia”, questo il tema dell’incontro focalizzato sulla collezione di scatti di Luigi Nifosì, saranno anche i due curatori Uccio Barone e Paolo Nifosì. 

La mostra “Sicilia, l’isola mai vista” di Luigi Nifosì, a cura di Uccio Barone, Tonino Cannata e Paolo Nifosì, è promossa dal Comune di Modica, dalla Fondazione Teatro Garibaldi e dalla Fondazione Grimaldi e realizzata grazie al supporto di Banca Agricola e Popolare di Ragusa, Cora Banche, Antica Dolceria Bonajuto, DM Barone e SOA Officine Ortopediche. Si ringraziano: i Carabinieri di Siracusa (Nucleo Tutela Beni Culturali e Ambientali, BBCCAA) e di Catania (12° Reparto Volo); la Guardia di Finanza di Palermo (Comando Regionale) e di Boccadifalco (Sezione aerea).

Visite: ex Convento del Carmine (piazza Matteotti) dal lunedì al sabato 16-20, domenica e festivi 10-13 e 16-20 (aperto anche nei rossi di calendario di dicembre e gennaio); Fondazione Grimaldi (corso Umberto 106) dal lunedì al sabato 9-13 e 16-20; domenica 16-20. Ingresso 2 euro (biglietto valido per entrambe le sedi). Info www.fondazioneteatrogaribaldi.it; email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

NOTIZIE SULLA MOSTRA

Dai profondi abissi blu delle sue isole, alle vertigini delle montagne; dal rigore assiale delle geometrie urbane, all’abbraccio rotondo e matematicamente perfetto dei teatri di pietra; dalla scarnificazione estrema delle isole all’energia primordiale dei vulcani, fino al silenzio rarefatto e remoto di siti archeologici e preistorici. A Modica, con “Sicilia, l’isola mai vista”, mostra di foto aeree di Luigi Nifosì [7 dicembre 2018 - 13 gennaio 2019] nella doppia sede dell’Ex Convento del Carmine e della Fondazione Grimaldi, è di scena un'autentica ebbrezza dei sensi guidata da un senso - la leggerezza – che, invero, non è in dotazione agli esseri umani: levarsi in volo, superare il vincolo terrestre della gravità, cullarsi fra aria e vento. E ancora: osservare l’opera dell’Uomo dall’inedita prospettiva verticale – privilegio di piloti, creature alate e, di recente, di navigazioni virtuali con Google Earth - fino a credere di possederla, questa infinita e azzurra bellezza, nella visione d’insieme di uno sguardo dalle nuvole. In mostra a Modica, infatti, sono oltre cento scatti aerei, stampati in grande formato (100x70 cm), selezionati dall’immenso archivio di immagini realizzato negli ultimi vent’anni dall’infaticabile Nifosì durante le sue “perlustrazioni celesti” fra i cieli della Sicilia e quelli dei suoi arcipelaghi, a bordo di elicotteri militari dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.

Ripartita in quattro sezioni – archeologia, città, isole e vulcani - “Sicilia, l’isola mai vista” è impaginata a Modica in due sedi: l’ex Convento del Carmine, dove sfogliare l’atlante visivo di città, isole e vulcani, e la Fondazione Grimaldi, che propone un viaggio nel tempo con la selezione degli scatti dedicati ai siti archeologici, preistorici e rupestri. Una mappatura pressoché completa, quella con cui Nifosì, da trent’anni documenta per gli studi di soprintendenze e atenei l’immenso giacimento dei tesori dell’arte, dell’urbanistica e della natura siciliana: un mosaico di fotogrammi che, insieme, ricompongono nelle sue mille sfaccettature l’anima millenaria e multiculturale dell’isola più grande del Mediterraneo. I saggi introduttivi alla mostra di Modica, affidati alle penne autorevoli di due illustri studiosi - lo storico contemporaneo Uccio Barone (Università di Catania, Dipartimento Scienze Politiche) e lo storico dell’arte Paolo Nifosì – esplorano e approfondiscono inoltre il valore culturale, artistico e persino sociale di questa lunga e appassionata indagine del fotoreporter sciclitano: l’ennesima opportunità di conoscere meglio – e dunque amare, rispettare, tutelare, tramandare intatte alle nuove generazioni – lo sterminato patrimonio paesaggistico e culturale che possiede la Sicilia.

Del candido stupore che suscita la Sicilia “mai vista” negli scatti aerei di Luigi Nifosì ha scritto anche il romanziere e critico letterario francese Dominique Fernandez: “Vista dall’alto, la Sicilia non somiglia affatto a ciò che se ne coglie al livello del suolo. E sembra persino che certi monumenti siano stati concepiti e realizzati per essere visti dall’ alto, anche se, all’ epoca della loro costruzione, ovviamente, l’elicottero non era stato inventato. Nessun architetto aveva la minima idea che un giorno potessero essere visti dal cielo”. E così la fantasia si scatena: Mozia appare un’isola-merletto con gli ordinati riquadri dei suoi filari di vigne; Grammichele e la sua pianta esagonale ricordano un’astronave nel cuore della Sicilia; Donnafugata e i giardini all’italiana fanno pensare a una piccola Versailles mentre a Selinunte, le colonne del tempio che riposano sul prato sembrano i giocattoli di una divinità bambina, frettolosamente e disordinatamente dimenticati “per terra”.

In evidenza, per appassionati, studiosi – e, perché no, anche per quelle istituzioni cui è demandata, in Italia, la tutela del patrimonio culturale del Paese – alcuni scatti assolutamente inediti realizzati da Nifosì in siti archeologici e preistorici semisconosciuti come Mokarta (Salemi, Tp), Palikè (Palagonia, CT), Monte Adranone (Sambuca di Sicilia, Ag), Monte Jato (San Giuseppe Jato, Pa), Monte Turcisi (Castel di Iudica, Ct) e Tapsos (Priolo, Sr): sono acropoli, agorà, piccoli villaggi che ai profani possono apparire semplici composizioni di ruderi ma che, nella prospettiva insolita della visione aerea, diventano per ricercatori e laureandi in beni culturali un nuovo ed eccitante stimolo di studio, confronto e approfondimento.

 

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“La Madonna partoriente” di Salvatore Carulli

 

“… Maria ha partorito…

aiutata dalle donne…

Queste lavano Gesù mentre

riscaldano i panni per vestirlo…

e lo presentano al popolo

 

Ragusa, 24 dicembre 2018 – Da alcuni anni la Chiesa San Filippo Neri a Ragusa Ibla è stata oggetto di esposizione di molteplici presepi di varia tipologia e fattura che sono stati molto apprezzati anche dai turisti. Tali iniziative si sono sviluppate nel corso degli anni soprattutto grazie all’operosità ed impegno profuso da non pochi fedeli e di volenterosi appartenenti al quartiere che ruota attorno la citata Chiesa San Filippo Neri. Per il Natale 2018 si è pensato ad un qualcosa di particolare che non solo dovesse stimolare gli animi ma rappresentare qualcosa di duraturo. L’idea principe proposta dall’instancabile sig.ra Guastella – promotrice di tanti eventi negli anni scorsi – è stata quella di poter installare un presepe permanente. Da qui l’idea di realizzare scene della Natività monumentali per valorizzare il patrimonio architettonico di Ibla attraverso la preziosa opera di un “preseparo”.

Per lo svolgimento, preparazione e installazione dell’opera presso la Chiesa San Filippo Neri è stato dato incarico all’artista avellinese Salvatore Carulli il quale ha proposto un tema a lui assai caro, ovvero quello de “La Madonna partoriente” in stile napoletano del Settecento. Il presepe è stato donato dall’Associazione Amici del Presepe Napoletano del ‘700 “Alfonso Carulli” e fa parte di un Trittico che ne comprende altri due: il “Presepe della Madonna che allatta” ed il “Presepe della Madonna Nera di Montevergine” (Avellino). Il lavoro di predisporre scene sulla Natività affonda le sue radici nel 1223 quando il poverello d’Assisi diede vita per la prima volta a un presepe.

La tradizione si è poi sviluppata nel corso dei secoli sino ad arrivare agli Trenta del XVI secolo quando San Gaetano da Thiene (1480-1547; sacerdote, che a Napoli si dedica a pie opere di carità, in particolare adoperandosi per i malati incurabili) propone l’allestimento di un presepe con figure in legno abbigliate secondo la foggia del tempo dopo che la Madonna, apparsagli in visione, gli aveva concesso il privilegio di tenere il Bambino Gesù tra le sue braccia. Il merito di San Gaetano fu quello di arricchire la rappresentazione con personaggi che appartenevano al mondo antico e all’epoca contemporanea, senza cadere in possibili anacronismi. In tal modo, il Santo diede vita a quella che sarebbe rimasta una delle principali caratteristiche del Presepe: la sua atemporalità. Fu così che a Napoli e dintorni si diffuse la consuetudine di allestire una scenografia presepiale che poi prese la denominazione di “Presepe Napoletano”. All’interno di questa articolata trama culturale, popolare e familiare si inserisce il Presepe della famiglia di Salvatore Carulli, autore dello splendido presepe allestito presso la Chiesa San Filippo Neri a Ragusa Ibla, che dal padre Alfonso eredita quattro edifici (negli anni ’50 del secolo scorso) utilizzati poi come “arredo urbanistico” della Natività.

Il “Presepe della Madonna partoriente” si presenta, dunque, come una sorta di libro che racconta lo stato d’animo del suo autore e le “contaminazioni affettive” di cui è stato oggetto nell’eseguire le scene che lo compongono. Il tema della Natività si presenta in maniera molto inconsueta: Maria è distesa ed è aiutata dalle donne che lavano Gesù mentre altre si affannano a riscaldare i panni per vestirlo, mentre papà Giuseppe attende alla culla. “Questa scena – spiega l’artista Salvatore Carulli – ripresa nel momento dopo il parto vuole essere un omaggio alle donne che talora rischiano la vita nel concepire ed è anche un omaggio a mia madre”, verso la quale l’artista nutre un dolcissimo ricordo. Tante le simbologie presenti. Non passa inosservata, ad esempio, la carrozza dei Re Magi. “Si tratta – precisa l’autore – di una ‘berlina napoletana’ ed è una splendida e fedelissima riproduzione di un raro giocattolo settecentesco conservato nella collezione Luigi Parmeggiani a Reggio Emilia”.

Al tanto attesto taglio del nastro presente il Sindaco di Ragusa, don Pluchino, don Giuseppe Antoci, la sig.ra Guastella che tutti hanno ringraziato per la sua vulcanica e coinvolgente attività. L’architetto Enza Battaglia ha introdotto la serata inaugurale accennando l’importanza dell’iniziativa favorevolmente accolta dalla Diocesi di Ragusa e che ha avuto l’adesione di tantissimi sponsor.

Il presepe è visitabile, dalle ore 17 alle 20, nei giorni 25, 26, 29, 30 dicembre 2018 e ancora 1, 5, 6 gennaio 2019. 

Giuseppe Nativo

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