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12
Mar, Dic

Libri
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Non è da ora che Vito Campo si cimenta nella scrittura, poetica e narrativa, anche attraverso l'esercizio di un gusto estetico ampiamente sperimentato nell'uso dell'obiettivo. E dunque, un occhio attento ai colori, alle ombre e alle sfumature del paesaggio ha a che fare anche con una mente creativa attenta all'uso delle immagini già nell'amnio della parola, il verbum che diviene Parola, la parola con la quale si può costruire l'edificio narrativo che si sviluppa e si regge sul linguaggio.

Mi riferisco al suo recente Quattro racconti (Operaincertalibri, 2016), un libro appunto di racconti che si leggono con avvinto interesse anche per la piacevole sorpresa di averci fatto scoprire un autore che è già un promettente nostro compagno di strada e soprattutto un lettore, cui non sfugge l'importanza, in letteratura, di elevare la propria opera sull'altare della cultura: è questo che consacra un'opera e le dà dignità letteraria.

Per scendere nei particolari, egli sa bene come imprimere un andamento diaristico alla sua prosa per meglio vivere la suggestione dei ricordi attraverso personaggi del suo passato. E infatti, nel riepilogo di un'amicizia, nella rivisitazione e il recupero della dimensione dell'infanzia e dell'adolescenza, ma anche dell'età adulta, Vito Campo tenta recuperi autobiografici con una levità della parola che sorprende ed entusiasma il lettore, soprattutto quando descrive la luce, la sua vividezza e le sue opacità, le dissolvenze nelle sfumature, allo scopo di creare atmosfere, stati d'animo, emozioni. Qui, le sequenze più significative ed espressivamente ed espressionisticamente congegnate a tutto vantaggio di un linguaggio che dà la misura della maturità dell'autore, il quale, qua e là, si fa perdonare qualche inciampo nel descrittivismo compiaciuto, forse spinto dalla vis emotiva da cui origina la sua sensualità. Non per questo egli si fa prendere la mano dalla prolissità, essendo la struttura dei racconti attenta all'equilibrio e ai tempi del suo narrare.

Giovanni Occhipinti

 

 

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Lo scopo di un'opera onesta è semplice e chiaro: far pensare. Far pensare il lettore, lui malgrado

Paul Valéry