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I fatti del Sudest

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Catania: Incontro con la poesia di Domenico Pisana presso il “Coro di Notte” del Monastero dei Benedettini , sede della Facoltà di Lettere 

 

Ragusa, 18 gennaio 2019 – Una serata con due ottimi studiosi di poesia e letteratura, quella che Domenico Pisana, Presidente del Caffè Letterario Quasimodo di Modica, ha  vissuto ieri sera al “Coro di Notte”  del Monastero dei Benedettini, sede della Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, ove Dario Stazzone, docente di Italianistica, scrittore e saggista, nonché Presidente del Comitato catanese della   “Dante Alghieri”,  e Salvatore Borzì , Dottore in Filologia greca e latina,  hanno scavato dentro i testi delle sue  due raccolte “Odi alle dodici terre” e “Tra naufragio e speranza”. 

“ Li ringrazio, afferma Pisana , per l’accurata analisi, per il timbro di scientificità della loro lettura critica che ha colto forma, contenuto, registri stilistici e linguistici e la ratio dei due volumi.

 

 Il volume “Odi alle dodici terre”, ha scritto Dario Stazzone,  è splendidamente illustrato dai dipinti e dai pastelli di Piero Guccione, selezionati dal prof. Paolo Nifosì che, per altro, è stato più volte ospite del comitato catanese della "Dante Alighieri". Le "dodici terre" sono città e paesi del ragusano connotati dai loro valori artistici, architettonici e materici. Riecheggianti di letteratura.

 Leggendo questi versi ho ritrovato le "città del mondo" che, per anni, ho visitato con mio padre: gli scavi di Camarina protesa sul mare, lo stupefacente "Centoscale" di Cava d'Ispica, il castello dei Biscari ad Acate, la Comiso di Bufalino, il castello di Donnafugata, l'incomparabile bellezza di Scicli con le sue "acropoli barocche" e, naturalmente, Modica, la Modica di Quasimodo, e Ragusa. Una poesia la cui filigrana lessicale riconduce spesso a Quasimodo (ma non solo), un modello che viene piegato, tuttavia, a diverse partiture semantiche. Una poesia che tocca il nodo della memoria e della sua necessità, che si confronta con le violenze della storia, con la tragedia dei migranti”.

Del tema e del ruolo della memoria  nelle Odi di Pisana  ha parlato  Salvatore Borzi, il quale  vi ha colto gli echi di autori classici, soffermandosi poi sulla crisi dell’uomo della modernità tratteggiata nella silloge “Tra naufragio e speranza” con uno sguardo su alcune poesie particolari.   

 

La presenza di Cinzia Sciuto, poetessa e artista poliedrica che si occupa di promozione e valorizzazione della tradizione popolare siciliana, ha animato piacevolmente la serata con letture dei versi di Pisana  e canti popolari  che il pubblico ha molto apprezzato.

Il poeta modicano, sollecitato da varie domande, ha avuto un  confronto con i presenti: docenti, poeti e amanti della  letteratura, i quali  hanno fatto le loro osservazioni cui Pisana  ha risposto con una viva e partecipata conversazione. 


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Scicli, 17 gennaio 2019 – È stato un grande successo di pubblico A cavallo del tempo – Scicli prima e dopo il terremoto del 1693, l'ultimo appuntamento ideato e promosso dall'Associazione Culturale Tanit Scicli, stavolta in collaborazione con Padre Ignazio La China, storico e Vicario Foraneo di Scicli.

 

Lo scorso 12 gennaio, infatti, un variegato pubblico di tutte le età ha gremito la Chiesa di San Michele Arcangelo in Via Francesco Mormino Penna, dove si è svolta la conferenza, assistendo appassionato alla discussione moderata dal presidente di Tanit, Vincenzo Burragato, distribuita in due fasi ben distinte: una prima del terremoto, con degli sguardi documentari e interrogativi sulla Scicli paleocristiana e medievale, discussi, rispettivamente, dalle archeologhe Monica Carbone e  Salvina Fiorilla e una seconda parte focalizzata dapprima sull'analisi di nuovi documenti riguardanti i registi dei defunti a causa del sisma ritrovati negli archivi della matrice da Padre Ignazio La China e, successivamente, dal commento toccante del ricercatore Francesco Pellegrino della cronaca del terremoto redatta nel seicento dall'Arciprete di San Matteo, Canonico Virderi. 

 

L'incontro culturale ha però avuto doppia valenza in quanto occasione per lanciare un progetto ambizioso da parte di tutti i membri di Tanit Scicli e dei relatori intervenuti: la creazione di un centro studi sulla città che raccolga l'intera documentazione prodotta su Scicli, i dintorni e i suoi abitanti e capace di promuovere la ricerca incessante verso una verità storica sempre più variegata e complessa. Per far ciò, primo passo è la realizzazione di un fondo documentario ricco degli studi già pubblicati sulla nostra città e sconosciuti ai più, in modo da organizzare futuri incontri culturali di divulgazione.

 

Chiunque voglia collaborare, può contattare l'Associazione Culturale Tanit Scicli e il Vicariato Scicli scrivendo una e-mail agli indirizzi  "Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure telefonando rispettivamente al +39.338.8614973 e al +39.349.3539515.

Video:  


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Argomento: Arte
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Siracusa, 14 gennaio 2019 – Scicli al Bellomo: è il titolo di un importante evento dedicato a Scicli, che sarà proposto alla Galleria Regionale di Palazzo Bellomo (Via Capodieci 14, Siracusa) mercoledì 16 gennaio 2019 alle ore 17.

L’evento si articola in due momenti:

• Il Direttore del Polo Regionale di Siracusa per i Siti Culturali, dott. Lorenzo Guzzardi, e lo storico dell’arte Paolo Nifosì presenteranno il libro di Salvo Micciché e Stefania Fornaro, “Scicli. Storia, cultura e religione (secc. v-xvi)”, Carocci Editore (2018, con prefazione di Giuseppe Pitrolo). Saranno presenti gli autori insieme a Stefania Santangelo e Giuseppe Nativo, autori di alcuni contributi nel libro.

• Il prof. Paolo Nifosì terrà una lectio magistralis su “L’adorazione dei Magi alla Galleria di Palazzo Bellomo di Siracusa: contributo alla conoscenza di Bernardino Niger”.

 

Per info: URP Galleria Bellomo, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., +39.0931.69511

Info sul libro sul sito di Carocci Editore: http://www.carocci.it/index.php?option=com_carocci&Itemid=72&task=schedalibro&isbn=9788843092826 


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Prime ore pomeridiane di domenica 11 gennaio 1693. Il grande “tremuoto”, “malum sine rimedio”, colpisce con inaudita violenza Ragusa causando anche non poche “ruine” su un vasto territorio della Sicilia sud-orientale. Sulla piazza degli Archi, punto nevralgico e centro commerciale dell’antica città di Ragusa, dove si affaccia un cospicuo numero di botteghe artigianali, cadono rovinosamente massi, pezzi strutturali di edifici si staccano provocando la morte di numerose persone. Nello spazio di un “miserere” è l’apocalisse. Pochi istanti dopo l’evento tellurico, considerato dalla mentalità dell’epoca come un “gran castigu di Diu”, sgomento, paura e smarrimento si impadroniscono di quelle poche anime miracolosamente rimaste indenni. Urla strazianti, pianti e mugolii si odono provenire da ogni dove.

L’atmosfera surreale, annebbiata dalle macerie ancora fumanti, è spezzata da un grido “Iu nun pigliu nenti”. È la voce, chiara e netta, del “clerico Teodoro Spata” che, approfittando del parapiglia creatosi con la caduta di “diverse marambe”, pensa bene di introdursi furtivamente nella “potiga” di Giambattista Scrivano, orefice, attraverso un varco creatosi sul “muro della facciata di essa potiga unni ci era la porta”, provvedendo a “rubari” una buona “quantità di oro, argento, gioie, perni e stigli” e, arraffandola, la inseriva in un “paro di bertoli di cannavazzo”. Visto da tale Iacobus Galofaro, uno dei quattro testimoni chiave del successivo impianto accusatorio, il citato chierico, quasi non curante delle conseguenze di quell’atto criminoso, replicava, per l’appunto, “Iu nun pigliu nenti”. Ma il Teodoro Spata, già ben noto alle Autorità del tempo, è soggetto, in quanto chierico, alla giustizia ecclesiastica cui prontamente viene deferito. Tre anni dopo (Ragusa è già divisa in “vetera” e “nova”) il chierico è ancora a piede libero e lo Scrivano inoltra una “supplica” al Vescovo di Siracusa, mons. Asdrubale Termini, rappresentando che il “detto Spata fu carcerato con li ceppi alli piedi ma per mancanza delli carceri non potendo ben custodirlo discassò detti ceppi e se ne fuggì…” e lamentando che “non potè l’esponente proseguire la detta causa e prove del furto per causa di trovarsi esso Spata protetto da persone potenti e astrette al medesimo Vicario foraneo…”.

Piccoli frammenti di storia che emergono da vetusti carteggi rivenienti dall’Archivio storico parrocchiale dell’antica Chiesa Madre di San Giorgio in Ragusa-Ibla da qualche anno catalogati e pubblicati a cura di un affiatato gruppo di lavoro ibleo che nel 2007 ha dato alla stampa i pregevoli volumetti con la denominazione “Quaderni”.

Questo carteggio, al di là della precisata vicenda giudiziaria, assume particolare rilevanza non solo per i riferimenti urbanistici della Ragusa ante-terremoto, ma anche per i riferimenti alla situazione politica che si era venuta a creare dopo la divisione amministrativa della città avvenuta nel 1695. 

Giuseppe Nativo


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Scicli, 10 gennaio 2019 – Nuovo appuntamento con l’Associazione Culturale Tanit Scicli, in collaborazione con Padre Ignazio La China, storico e Vicario Foraneo di Scicli. 

Sabato 12 gennaio alle ore 17.30 presso la Chiesa di San Michele Arcangelo in Via Francesco Mormino Penna, A cavallo del tempo – Scicli prima e dopo il terremoto del 1693 racconterà com’era la nostra città prima e dopo quel terribile 11 gennaio, una data che resterà per sempre scolpita nella memoria del Val di Noto: il giorno del grande terremoto capace di sconvolgere il sud-est siciliano, cambiandone la fisionomia per sempre.

Nella prima parte, l’incontro porterà alla scoperta della Scicli prima del terremoto, dall’età paleocristiana discussa dall’archeologa Monica Carbone, a quella medievale argomentata dalla medievista Salvina Fiorilla che farà luce sulle ipotesi di uno sviluppo urbano della nostra città prima del sisma; nella seconda parte del dibattito, invece, Padre Ignazio La China, illustrerà le annotazioni dei registri dei defunti del terremoto di San Matteo e Santa Maria la Piazza, documenti inediti di recente scoperta, mentre lo storico e archivista locale Francesco Pellegrino, chiuderà la serata commentando la cronaca del sisma redatta dall’Arciprete di San Matteo, Canonico Virderi.

A cavallo del tempo sarà il primo di una serie di incontri culturali che Tanit Scicli promuoverà per la conoscenza della nostra città, dedicato a coloro desiderosi di conoscerne le origini e le evoluzioni attraverso i secoli, con lo scopo di focalizzare le ricerche verso una storia che ogni giorno si veste di nuovi e inediti capitoli.


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Ragusa, 9 gennaio 2019 – Gli alunni della classe 4° del Plesso F. Grimm , I.C. ‘Berlinguer’ di Ragusa, diretto dalla Dott. Ornella Campo, accompagnati dalla prof. Marinella Pitino, sono stati accolti  presso il Palazzo dell’Aquila  in aula consiliare  dal sindaco di Ragusa Avv. Peppe Cassì e dal consigliere comunale Avv. Andrea Tumino.

L’iniziativa si inserisce all’interno di un percorso didattico che mira ad avvicinare gli alunni ai basilari concetti di partecipazione, di democrazia e di amministrazione della “cosa pubblica”. I piccoli studenti, prima delle festività natalizie avevano spedito al primo cittadino lettere formali in cui si chiedeva la realizzazione di alcuni interventi per migliorare per la qualità della vita e la vivibilità della città.

Il Sindaco, in risposta alle loro richieste, ha fissato un incontro e stamattina i ragazzi hanno avuto la possibilità di interloquire direttamente con lui e di discutere su temi importanti come la convivenza civile, i servizi per i diversamente abili, la cura delle strade, dell’ambiente, la realizzazione di spazi ricreativi, la solidarietà e i diritti dei bambini.  

Tra le richieste più specifiche,  la realizzazione di una passerella  per disabili sull’arenile di Punta Braccetto, il potenziamento delle piste ciclabili, percorsi attrezzati per bambini nella vallata Santa Domenica, maggiori servizi e spazi ricreativi   nelle ville comunali, iniziative di solidarietà come l’allestimento per  le feste natalizie di un grande albero al centro della città con sotto i doni per i bambini meno fortunati. 

Gli alunni si sono dimostrati entusiasti e interessati alle risposte fornite dal  sindaco Cassì, che si è complimentato  per la sensibilità, l’impegno  e l’attenzione mostrata verso le problematiche  sociali e ha rimarcato  quanto sia importante coltivare il senso civico ed il rispetto per la propria città. 

A fine incontro il sindaco Cassì  ha regalato alla classe,  come ricordo di questa entusiasmante giornata, un bassorilievo in polvere di marmo di Roberto Lo Magno raffigurante lo stemma del Comune di Ragusa che è già stato esposto in classe.

s. m.


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Mòrfosi: inaugurazione - sabato 19 gennaio, ore 17.30, Silva Suri Country Hotel / Contrada Pulce Carrera s.n. / Marina di Ragusa (RG)

 

Ragusa, 9 gennaio 2019 – Al silvasurimseum di ragusa la mostra personale “mòrfosi” di Salvatore Provino. amico di Guttuso, l’artista siciliano presenterà le opere di oltre 50 anni di attività. dal 19 gennaio al 3 febbraio a cura di Antonio Vitale. 

Dal 19 gennaio al 3 febbraio 2019, a Marina di Ragusa (Ragusa), il SilvaSuriMuseum promuove ed ospita la mostra personale “MòRFOSI” di SALVATORE PROVINO a cura di Antonio Vitale. 

 

In occasione di “MòRFOSI”, questo il titolo della personale, che sarà inaugurata sabato 19 gennaio alle 17,30, le sale dell’antica dimora del Silva Suri Resort, oggetto di un’importante operazione di restauro e contestualizzazione dell’intero complesso rurale nella suggestiva campagna ragusana che lentamente degrada verso la sua “Marina”, accoglieranno circa ottanta opere realizzate tra il 1962 ed il 2018 dall'artista siciliano di nascita (Bagheria, classe 1943) e romano d’adozione (dal 1960).

Un itinerario pittorico che abbraccia in oltre 50 anni di mestiere, arte, curiosità e sperimentazione, quattro tra i più importanti momenti artistici in cui poter riassumere l’espressione artistica del maestro Provino. Un viaggio singolare nella materia e nel segno che, attraverso il lavoro incessante del pittore, ci svela la profondità sensibile dell’uomo; di un Provino che, idealmente sulle orme di Ulisse, ha affrontato ed affronta la “navigazione”, senza misura e senza filtri, nel suo coetaneo e mutevole tempo di ogni giorno, facendoci approdare su territori familiari ed intimi che ci parlano della sua personale idea di contemporaneità: di un’arte alla ricerca dell’uomo, che guarda la bellezza della Natura e che tende a restituirci, tra tele e colori ad olio, il corpo mutevole della Vita.

Ecco dunque come, dapprima, la mostra saprà parlare al fruitore, tra accenti ed approfondimenti, dell’amore viscerale di Provino per i luoghi della sua amata terra di Sicilia con le sue assurde contraddizioni che la rendono un luogo unico, seducente e maledetto al contempo. Risalenti ad un periodo che va dalla fine degli anni ’50 ai primissimi anni ’60 sono le opere che attraverso un registro pittorico “Figurativo” raccontano, come per istantanee successive che corrono sul sottile filo della vita e della memoria, paesaggi e volti intrisi dai colori agrumati e dalla luce accecante della sua amata Isola, che a volte però conosce le ombre di una “Sicilitudine” che rende l’isolamento fisico dell’uomo-isolano una difficoltà ulteriore, e non un’opportunità, per affrontare le prove e le durezze della vita.

Dal ’65 al ’73 nascono numerose opere brumose dalle pennellate formalmente “Espressioniste” per raccontarci, sulla pagina della superficie di una tela, l’osservazione amara e dura delle cose del mondo affrontate però con un procedere ideativo che partendo dalla narrazione pittorica della lacerazione insegue e trova la riparazione. Un perenne caos alla ricerca della propria armonia: di un equilibrio.

Dal ’74 al ’78 l’incontro con la teoria delle “Geometrie non Euclidee” di Nicolaj Ivanovic Lobacevskij delle quali, grazie all’intervento dell’amico bagherese Renato Guttuso, avrà modo di approfondirne i contenuti, e da questi trovare gli spunti pittorici, durante i numerosi incontri con il matematico e filosofo Lucio Lombardo Radice. Nasceranno opere nelle quali  “Il segno – curvo – si tramuta in labirinto di superficie dipinta”.

Dal 1978 il viaggio di Provino alla ricerca della pittura di uno Spazio possibile e credibile trova il suo orizzonte espressivo, talora anche informale, in opere di “Astrattismo plastico” come ebbe a chiamarle il critico e storico dell’arte Giorgio Di Genova o anche, come ne parla il curatore della mostra, “Opere dai segni lenti e materia concreta in un continuo mutante stato verso transitori spazi illusori” nelle quali non esiste un confine ragionevole o prevedibile tra segno e materia, in un totale armonico e personalissimo confondimento tra testo e contesto.

Come scrive, ancora, Antonio Vitale nel catalogo che racconta Mòrfosi: “Egli con la sua lunga opera si è reso ladro di nuovi inesplorati spazi, d’indicibili taciuti misteri che, quadro dopo quadro, cercano una soluzione ai continui interrogativi che da sempre folgorano la sua vita e la rendono stretta nella sua pelle, di un animale bambino rimasto perduto nello stupore che nasce dalla bellezza che attorno a noi fluisce e sa regalare sempre nuovi scenari ed ipotesi, di natura e d’umanità, che trovano la sintesi nella natura-umana di cui Provino ostinatamente, e velatamente, sa scrivere attingendo dalla materia della pittura, ricercando tra le miserie di singolari personaggi incontrati ed i bagliori di illuminate persone conosciute, tra i pugni che il mondo sa sferrare e le dolci carezze che una madre sa regalare. La sua vita è stigma di un’anima inquieta di chi vorrebbe, mai stanco, sempre correre come – puledro nella brughiera – spezzato dal ferro delle catene di regole ed orientamenti, di stili o stilemi artistici precedenti o precostituiti.

Le opere di Provino nascono per essere singolari, immerse nella pluralità discontinua di un’umanità diffusa in cerca della propria voce, del proprio canto, della propria pelle, del proprio nome.”

MòRFOSI vuole essere un racconto in pittura che comunica un respiro o una trasformazione in atto che, quadro su quadro, afferma sempre qualcosa di forte ed intenso, ma che nel farlo si apre a successive ipotesi. 

Ogni opera è al di là di sé, altro altrove.    

 

***

Salvatore Porvino, MòRFOSI, a cura di Antonio Vitale

opere 1962–2018

mostra promossa da SIVASURIMUSEUM

organizzazione di Salvatore Tumino, coordinamento di Giuseppe Vitale, con il patrocinio di Regione Siciliana, Assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Comune di Ragusa

inaugurazione – sabato 19 gennaio, ore 17.30

Silva Suri Country Hotel, Contrada Pulce Carrera s.n. – Marina di Ragusa (RG)

allestimento di Giuseppe Corradino e Carmelo Bongiovanni

mostra visitabile fino a domenica 3 febbraio 2019, tutti i giorni – 10.00>>13.00 / 17.00>>20.00 - ingresso gratuito

ringraziamenti a: Dott. Sebastiano Tusa – Assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Avv. Giuseppe Cassì – Sindaco di Ragusa, Arch. Calogero Rizzuto – Soprintendente ai Beni Culturali ed Ambientale di Ragusa


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Argomento: Numismatica
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Esistono i rebus che si trovano sulle pubblicazioni specializzate nel settore dell’enigmistica. Sembrano irrisolvibili ma con un pochino di buona volontà e dimestichezza si arriva, non di rado, alla soluzione. Ma le cose, ovviamente, non sono mai così semplici in quanto esistono anche quelli che si potrebbero definire “rebus monetali”.

La parola “rebus” è anche metafora di una situazione intricata e, talora, di difficile interpretazione. Anche nell’ambito della numismatica, ovvero lo studio della moneta e della sua storia, si presentano agli studiosi dei veri e propri rompicapi.

Perché accade tutto ciò? «Abbiamo composizioni monetali che – risponde Stefania Santangelo (numismatica, CNR IBAM Catania) - a causa dell’incompletezza delle nostre conoscenze diventano rebus molto difficili se non impossibili da risolvere».

 

Vi sono rebus monetali che riguardano la Sicilia antica?

«Non mancano certamente quelli relativi alla Sicilia greca. Si tratta di veri e propri rompicapi numismatici, ovvero soggetti monetali che ancora non riusciamo bene ad interpretare».

La moneta è ed è sempre stata principalmente un mezzo di scambio oltreché strumento economico di ricchezza, ma va ricordato che nell’antichità rappresentò qualcosa di più, poiché fu anche un efficace strumento di comunicazione. Una sorta di “social medium”, utile a traslare da una parte all’altra del mondo non solo il proprio potere economico, ma anche un insieme di informazioni di tipo più ampio, secondo un meccanismo che oggi potrebbe essere definito di “visual communication”. Destinati infatti ad apparire in un documento ufficiale, i temi impressi nel tondello di metallo furono frutto di attenta elaborazione e di scelte perseguite coscientemente da parte dell’autorità di riferimento che, al contempo, ne garantiva il potere d’acquisto. In breve, le iconografie monetali furono espressione delle ideologie e del patrimonio culturale e non è difficile comprenderne il motivo. La moneta, infatti, piccolo e maneggevole oggetto, circolando, passando di mano in mano, oltrepassava i confini della città e dello Stato che l’aveva prodotta portandone con sé e veicolandone messaggi: prodotti tipici, divinità onorate, culti, alleanze o sudditanze politiche, celebrazioni di vittorie negli agoni e poi, come accadrà nel periodo romano, mode ed elementi di vera e propria propaganda politica. Forse riesce difficile oggi capire appieno le caratteristiche intrinseche della monetazione antica, abituati come siamo a maneggiare il denaro svogliatamente e distrattamente con un interesse che non va oltre la lettura del valore nominale, mentre i messaggi di tipo sociale, politico, culturale ci raggiungono attraverso altri canali.

«Tuttavia – spiega la dottoressa Santangelo - l’accesso ai messaggi che la moneta voleva trasmettere nell’epoca in cui vennero formulati non è sempre immediato da parte di noi moderni, poiché spesso non siamo in possesso di tutti gli strumenti utili a decodificare e leggere con la corretta lente quella che può apparire una semplice immagine. Si dice che gli studiosi che ‘concordano’ nella descrizione delle immagini monetali, ‘divergano’ spesso nell’interpretazione del loro significato ed infatti non è insolito imbattersi in iconografie monetali a cui non sappiamo dare una lettura convincente e unanimemente accettata». 

Qualche esempio?

«Sfugge agli studiosi moderni il vero motivo per cui si trova un gallo nella monetazione di Imera a partire dalla fine del VI a.C. Per alcuni si tratta dell’emblema ‘parlante’ della città poiché il gallo è l’araldo della vittoria della luce del giorno – hēméra - sulle tenebre. Ma il gallo è anche animale sacro a molte divinità tra cui Asclepio che in quanto medico deve essere costantemente vigile e sollecito, come appunto è noto il gallo sia. Socrate, nel finale del trattato sull’immortalità dell’anima (Fedone) di Platone, dopo aver bevuto la cicuta invita i suoi discepoli a sacrificare un gallo ad Asclepio in segno di riconoscenza per l’ottenuta guarigione dagli affanni della vita. Il gallo è dunque legato ai riti di passaggio della vita dell’uomo (matrimonio, nascita, morte); è, d’altra parte, emblema di coraggio e di forza in battaglia, rappresenta la vigilanza, ed il suo canto annuncia l’arrivo del giorno, la rinascita».

E quindi?

«Come si vede, tante ipotesi ma nessuna certezza. Uguale tentativo di “disanimalizzare” l’animale impresso su un tondello, è stato fatto per un’altra importante monetazione della Sicilia greca, quella di Agrigento. La tipologia si presenta, fin dall’inizio, assai costante: il granchio, in coppia nell’altro verso con un’aquila (inequivocabilmente legata a Zeus), può essere allusivo al fiume al mare o ad una divinità locale, essere l’emblema parlante della città oppure ispirato da Kos, l’isola greca da cui partì un gruppo di coloni per raggiungere la città siceliota (le monete di Kos recano infatti l’immagine del granchio). Il crostaceo, per via delle zampe a tenaglia, si potrebbe ricollegare anche all’arte di forgiare il metallo e quindi al dio Efesto/Vulcano». 

Ed ancora, un altro bel rebus fra i sémata (così vengono chiamati i tipi monetali) impressi nelle monete della Sicilia greca è la figura mostruosa che campeggia sul dritto di alcune piccole frazioni d’argento di Imera (V sec. a.C.).

«È così. La moneta raffigura la parte anteriore di un mostro alato dal volto umano, un lungo corno caprino, mentre testa e zampe leonine gli sporgono dal petto. Si trova accoppiato ad una figura bacchica che cavalca un caprone. Non è facile comprendere il significato di queste immagini, ma è evidente che si tratta della rappresentazione di momenti legati ad un culto locale (presso la città si trovavano infatti famose sorgenti termali che secondo il mito sarebbero state fatte sgorgare in onore di Eracle dalla Ninfa eponima Imera) di cui ignoriamo i particolari».  

Questi sono alcuni degli esempi più eclatanti di rompicapi o rebus numismatici, e tanti altri ancora possono essere citati. È per questo, forse, che la storia e le scienze storiche come la numismatica non perdono mai il loro fascino e continuano ad attrarre.

 

Giuseppe Nativo

 

 

 

 

 

 


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Argomento: Fotografia
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Prorogata fino al 13 gennaio a Modica la mostra “Sicilia, l’isola mai vista” di Luigi Nifosì. Giovedì 10 conferenza con Sebastiano Tusa, assessore ai Beni Culturali e archeologo

 

MODICA (Rg), 4 gennaio 2019 – E’ stata prorogata fino a domenica 13 gennaio “Sicilia, l’isola mai vista”, mostra di foto aeree diLuigi Nifosì visitabile a Modica in due sedi con un biglietto cumulativo di 2 euro. Ripartita in quattro sezioni – archeologia, città, isole e vulcani - “Sicilia, l’isola mai vista” è impaginata nell’ex Convento del Carmine, dove sfogliare l’atlante visivo di città, isole e vulcani, e nelle sale della Fondazione Grimaldi per un viaggio nel tempo con la raccolta di scatti – molti dei quali inediti - dedicati a siti archeologici, preistorici e rupestri disseminati nell’isola, anche in luoghi pressoché sconosciuti e inaccessibili. Oltre cento immagini “in volo”, stampate in grande formato e oggetto in queste settimane di affollate visite guidate che hanno visto, nel ruolo di autorevoli Ciceroni, i due illustri curatori scientifici, lo storico Uccio Barone e lo storico dell’arte Paolo Nifosì, e lo stesso autore, il fotografo Luigi Nifosì. Tra gli eventi collaterali, a chiusura della mostra, è in programma giovedì 10 gennaio, ore 18 (Fondazione Grimaldi, ingresso libero) l’attesissima conferenza di Sebastiano Tusa, insigne archeologo – specializzato nel segmento dell’archeologia marina – e attuale assessore regionale dei Beni Culturali. Con lui, per raccontare al pubblico “Il paesaggio archeologico in Sicilia”, questo il tema dell’incontro focalizzato sulla collezione di scatti di Luigi Nifosì, saranno anche i due curatori Uccio Barone e Paolo Nifosì. 

La mostra “Sicilia, l’isola mai vista” di Luigi Nifosì, a cura di Uccio Barone, Tonino Cannata e Paolo Nifosì, è promossa dal Comune di Modica, dalla Fondazione Teatro Garibaldi e dalla Fondazione Grimaldi e realizzata grazie al supporto di Banca Agricola e Popolare di Ragusa, Cora Banche, Antica Dolceria Bonajuto, DM Barone e SOA Officine Ortopediche. Si ringraziano: i Carabinieri di Siracusa (Nucleo Tutela Beni Culturali e Ambientali, BBCCAA) e di Catania (12° Reparto Volo); la Guardia di Finanza di Palermo (Comando Regionale) e di Boccadifalco (Sezione aerea).

Visite: ex Convento del Carmine (piazza Matteotti) dal lunedì al sabato 16-20, domenica e festivi 10-13 e 16-20 (aperto anche nei rossi di calendario di dicembre e gennaio); Fondazione Grimaldi (corso Umberto 106) dal lunedì al sabato 9-13 e 16-20; domenica 16-20. Ingresso 2 euro (biglietto valido per entrambe le sedi). Info www.fondazioneteatrogaribaldi.it; email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

NOTIZIE SULLA MOSTRA

Dai profondi abissi blu delle sue isole, alle vertigini delle montagne; dal rigore assiale delle geometrie urbane, all’abbraccio rotondo e matematicamente perfetto dei teatri di pietra; dalla scarnificazione estrema delle isole all’energia primordiale dei vulcani, fino al silenzio rarefatto e remoto di siti archeologici e preistorici. A Modica, con “Sicilia, l’isola mai vista”, mostra di foto aeree di Luigi Nifosì [7 dicembre 2018 - 13 gennaio 2019] nella doppia sede dell’Ex Convento del Carmine e della Fondazione Grimaldi, è di scena un'autentica ebbrezza dei sensi guidata da un senso - la leggerezza – che, invero, non è in dotazione agli esseri umani: levarsi in volo, superare il vincolo terrestre della gravità, cullarsi fra aria e vento. E ancora: osservare l’opera dell’Uomo dall’inedita prospettiva verticale – privilegio di piloti, creature alate e, di recente, di navigazioni virtuali con Google Earth - fino a credere di possederla, questa infinita e azzurra bellezza, nella visione d’insieme di uno sguardo dalle nuvole. In mostra a Modica, infatti, sono oltre cento scatti aerei, stampati in grande formato (100x70 cm), selezionati dall’immenso archivio di immagini realizzato negli ultimi vent’anni dall’infaticabile Nifosì durante le sue “perlustrazioni celesti” fra i cieli della Sicilia e quelli dei suoi arcipelaghi, a bordo di elicotteri militari dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.

Ripartita in quattro sezioni – archeologia, città, isole e vulcani - “Sicilia, l’isola mai vista” è impaginata a Modica in due sedi: l’ex Convento del Carmine, dove sfogliare l’atlante visivo di città, isole e vulcani, e la Fondazione Grimaldi, che propone un viaggio nel tempo con la selezione degli scatti dedicati ai siti archeologici, preistorici e rupestri. Una mappatura pressoché completa, quella con cui Nifosì, da trent’anni documenta per gli studi di soprintendenze e atenei l’immenso giacimento dei tesori dell’arte, dell’urbanistica e della natura siciliana: un mosaico di fotogrammi che, insieme, ricompongono nelle sue mille sfaccettature l’anima millenaria e multiculturale dell’isola più grande del Mediterraneo. I saggi introduttivi alla mostra di Modica, affidati alle penne autorevoli di due illustri studiosi - lo storico contemporaneo Uccio Barone (Università di Catania, Dipartimento Scienze Politiche) e lo storico dell’arte Paolo Nifosì – esplorano e approfondiscono inoltre il valore culturale, artistico e persino sociale di questa lunga e appassionata indagine del fotoreporter sciclitano: l’ennesima opportunità di conoscere meglio – e dunque amare, rispettare, tutelare, tramandare intatte alle nuove generazioni – lo sterminato patrimonio paesaggistico e culturale che possiede la Sicilia.

Del candido stupore che suscita la Sicilia “mai vista” negli scatti aerei di Luigi Nifosì ha scritto anche il romanziere e critico letterario francese Dominique Fernandez: “Vista dall’alto, la Sicilia non somiglia affatto a ciò che se ne coglie al livello del suolo. E sembra persino che certi monumenti siano stati concepiti e realizzati per essere visti dall’ alto, anche se, all’ epoca della loro costruzione, ovviamente, l’elicottero non era stato inventato. Nessun architetto aveva la minima idea che un giorno potessero essere visti dal cielo”. E così la fantasia si scatena: Mozia appare un’isola-merletto con gli ordinati riquadri dei suoi filari di vigne; Grammichele e la sua pianta esagonale ricordano un’astronave nel cuore della Sicilia; Donnafugata e i giardini all’italiana fanno pensare a una piccola Versailles mentre a Selinunte, le colonne del tempio che riposano sul prato sembrano i giocattoli di una divinità bambina, frettolosamente e disordinatamente dimenticati “per terra”.

In evidenza, per appassionati, studiosi – e, perché no, anche per quelle istituzioni cui è demandata, in Italia, la tutela del patrimonio culturale del Paese – alcuni scatti assolutamente inediti realizzati da Nifosì in siti archeologici e preistorici semisconosciuti come Mokarta (Salemi, Tp), Palikè (Palagonia, CT), Monte Adranone (Sambuca di Sicilia, Ag), Monte Jato (San Giuseppe Jato, Pa), Monte Turcisi (Castel di Iudica, Ct) e Tapsos (Priolo, Sr): sono acropoli, agorà, piccoli villaggi che ai profani possono apparire semplici composizioni di ruderi ma che, nella prospettiva insolita della visione aerea, diventano per ricercatori e laureandi in beni culturali un nuovo ed eccitante stimolo di studio, confronto e approfondimento.

 


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Autore: Luca Bianchini
Editore: Mondadori
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Luca Bianchini Sabato 26 Gennaio alle 18.30 sarà a Scicli, dove a palazzo Spadaro (via Francesco Mormina Penna) dialogherà con Giuseppe Pitrolo

 

Scicli, 18 gennaio 2019 – L’incontro è organizzato dal Comune di Scicli, dal “Brancati” e dalla Libreria Giunti al Punto di Ragusa. L’ingresso è libero.

Luca Bianchini è nato nel 1970 a Torino. Ex venditore di tè a Londra, ex intervistatore telefonico, ex redattore filatelico, oggi Bianchini è scrittore e conduttore radiofonico. Nel 2003 ha esordito per Mondadori con Instant Love, vicenda sentimentale, ironica e ambigua, costruita intorno a una serie di rapporti che cambiano, si dissolvono e si ricompongono. Inaugura così lo stile leggero, spiritoso, ironico e pungente che caratterizzerà  tutti i suoi libri. Nel 2004 esce ancora per Mondadori Ti seguo ogni notte, storia d'amore di un duro di borgata, mentre l'anno successivo Eros Ramazzotti decide di raccontarsi in un libro attraverso la penna di Luca: esce così, sempre per Mondadori, Eros lo giuro, che venderà più di centomila copie. Nel 2007 Mondadori pubblica Se domani farà bel tempo, dove Bianchini, dopo essersi infiltrato tra i giovani del jet-set milanese con la garanzia di assoluto anonimato e aver raccolto le loro confidenze, racconta con ironia vizi, debolezze e (anche) virtù della generazione dei ricchi venti-trentenni. Del 2011 è il romanzo Siamo Solo Amici, pubblicato da Mondadori, una commedia agrodolce ambientata a Venezia. 

Nel 2013 esce il romanzo Io che amo solo te (Mondadori): Ninella ha cinquant'anni e un grande amore, don Mimì, con cui non si è potuta sposare. Ma il destino le fa un regalo inaspettato: sua figlia si fidanza proprio con il figlio dell'uomo che ha sempre sognato, e i due ragazzi decidono di convolare a nozze. Il matrimonio di Chiara e Damiano si trasforma così in un vero e proprio evento per Polignano a Mare, paese bianco e arroccato in uno degli angoli più magici della Puglia… Il romanzo è diventato un film, grazie alla regia di Marco Ponti, e con un cast che vede tra gli altri Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido, Luciana Littizzetto, Maria Pia Calzone, Alessandra Amoroso, Eva Riccobono, Dario Bandiera, Dino Abbrescia

Del 2015 è «Dimmi che credi al destino»: svolge a Londra e ha come protagonista la cinquantenne Ornella, che si considera una campionessa mondiale di cadute, anche se si è sempre saputa rialzare da sola. Del 2017 è Nessuno come noi. 

 

So che un giorno tornerai” (2018) è un romanzo sulla ricerca delle nostre origini, la scoperta di chi siamo e la magia degli amori che sanno aspettare. Angela non ha ancora vent’anni quando diventa madre, una mattina a Trieste alla fine degli anni Sessanta. Pasquale, il suo grande amore, è un mercante di jeans calabrese, affascinante e già sposato. Lui le ha fatto una promessa: “Se sarà maschio, lo riconoscerò”. Angela fa tutti gli scongiuri del caso ma nasce una femmina: Emma.Pasquale fugge dalle sue responsabilità, lasciando Angela crescere la bambina da sola insieme alla sua famiglia numerosa e sgangherata. I Pipan sono capitanati da un nonno che rimpiange il dominio austriaco, una nonna che prepara le zuppe e quattro zii: uno serio, un playboy e due gemelli diversi che si alternano a fare da baby sitter a Emma. Lei sarà la figlia di tutti e di nessuno e crescerà così, libera e anticonformista, come la Trieste in cui vive, in quella terra di confine tra cielo e mare, Italia e Jugoslavia. Fino al giorno in cui deciderà di mettersi sulle tracce di suo padre, e per lui questa sarà l’occasione per rivedere Angela, che non ha mai dimenticato…


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Autore: Carlo Ruta
Editore: Edizioni di Storia e studi sociali
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Ragusa, 14 gennaio 2019 – Il libro di Carlo Ruta "Teoderico - il re barbaro che immaginò l'Italia" (Edizioni di Storia e studi sociali) sarà presentato a Ragusa il 22 gennaio 2019 (ore 17:30), presso la Libreria Paolino (Corso Vittorio Veneto 144).

Con l'autore (saggista e storico) dialogherà l'archeologo Giovanni Distefano (Università della Calabria).

Introdurrà Enzo Piazzese, consigliere nazionale Archeoclub d'Italia.


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Autore: Carlo Ruta
Editore: Edizioni di Storia e Studi Sociali
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Siracusa, 14 gennaio 2019 – Il 7 febbraio (alle ore 18) a Siracusa (presso Casa del libro Mascali, in Via Maestranza 22) sarà presentato il libro "Teoderico - Il re barbaro che immaginò l'Italia" (Edizioni di Storia e Studi Sociali).
Il dr. Lorenzo Guzzardi (direttore del Polo regionale di Siracusa per i siti culturali) ne parlerà con l'autore, lo storico e saggista Carlo Ruta.

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Siracusa, 9 gennaio 2019 – Il polo regionale di Siracusa per i siti culturali, venerdì 11 gennaio 2019 alle ore 17.30 presso la Casa museo Antonino Uccello di Palazzolo Acreide (via Machiavelli 19) presenterà il volume "Piante spontanee alimentari in Sicilia - Guida di fitoalimurgia", di Fabio Morreale.

Interverranno: il Dirigente della Casa museo regionale Antonino Uccello di Palazzolo Acreide Arch. Salvatore Cancemi, il Direttore del Polo regionale di Siracusa per i siti culturali - Galleria regionale di Palazzo Bellomo Dott. Lorenzo Guzzardi, il fondatore del museo “I luoghi del lavoro contadino”, Rosario Acquaviva e Salvatore Gallo, sindaco di Palazzolo Acreide.


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Autore: Santino Alessandro Cugno
Editore: BAR
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Venerdì 28 Dicembre 2018 nell’aula consiliare del Comune di Canicattini Bagni la presentazione del libro dell’archeologo canicattinese Santino Alessandro Cugno “Patrimonio Culturale, Paesaggi e Personaggi dell’altopiano ibleo. Scritti di archeologia e museologia della Sicilia sud-orientale” (British Archaeological Reports, Oxford 2017)

 

Canicattini Bagni, 28 dicembre 2018 – Si presenta Venerdì 28 Dicembre 2018, alle ore 17:00, nell’aula consiliare del Comune di Canicattini Bagni, il libro dell’archeologo canicattinese Santino Alessandro Cugno, “Patrimonio Culturale, Paesaggi e Personaggi dell’altopiano ibleo. Scritti di archeologia e museologia della Sicilia sud-orientale” (British Archaeological Reports, Oxford 2017).

All’appuntamento, coordinato da Salvatore Mozzicato, Presidente dell’Associazione “Gli Amici della Voce di Canicattini”, organizzatrice dell’evento con il patrocinio del Comune di Canicattini Bagni, della Fondazione “Giuseppe e Santi Luigi Agnello”, e della Società Siracusana di Storia Patria, interverranno:

Marilena Miceli, Sindaco di Canicattini Bagni;

Loretta Barbagallo, Assessore alla Cultura e al Turismo;

Sebastiano Amato, Presidente “Società Siracusana di Storia Patria”;

Vincenzo Ficara, “Amici della Voce” e “Fondazione G. e S. L. Agnello”;

Vittorio Rizzone, Docente di Greco biblico e Archeologia Cristiana “Facoltà Teologica di Sicilia”;

Santino Alessandro Cugno, Autore del libro e Funzionario Archeologo del MIBAC.

 

Il volume (171 pagine in italiano con abstract in inglese, 118 figure in bianco e nero, 28 tavole in bianco e nero e a colori), con la prefazione di Lorenzo Guzzardi, Direttore della Galleria Bellomo e del Polo Regionale di Siracusa per i siti culturali,  raccoglie per la prima volta una serie di saggi, alcuni del tutto inediti, altri già pubblicati ma ampiamente rielaborati e aggiornati grazie a numerosi approfondimenti e ad una documentazione appositamente realizzata, il cui principale filo conduttore è rappresentato dal rapporto profondo ed osmotico che unisce il patrimonio culturale dell’altopiano ibleo, le realtà museali locali e il paesaggio.

 

Santino Alessandro Cugno (Siracusa 1981)

è Funzionario Archeologo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, presso il Parco Archeologico dell’Appia Antica. Laureato con lode in Archeologia all’Università di Pisa (2007), ha conseguito il Master di II livello in Tutela, Valorizzazione e Promozione dei BB.CC.AA. all’Università di Catania (2008), il Corso di Alta Formazione e Specializzazione in Beni Culturali alla Scuola Normale Superiore di Pisa (2010) ed è specializzato in Archeologia Tardoantica e Medievale presso la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Firenze (2014). È  stato cultore della materia in Archeologia Classica presso l’Università Kore di Enna ed è socio del Comitato Giovani Unesco, della Società degli Archeologi Medievisti Italiani (SAMI) e della Società Siracusana di Storia Patria. Ha preso parte a ricognizioni, scavi e attività culturali organizzate dalle Università di Pisa e di Catania, al progetto di rilievo “Le mura di Dionigi I di Siracusa” (2010) dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, alle campagne di scavi ad Akrai (2012) dell’Istituto Archeologico di Varsavia e a Kasmenai (2016) dell’Università di Catania e della Soprintendenza di Siracusa. Ha inoltre collaborato con la Soprintendenza BB.CC.AA. di Siracusa e della Toscana (sede di Pisa) e col Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi”. Ha partecipato, come relatore, a convegni nazionali ed internazionali ed è autore di due monografie (British Archaeological Reports, Oxford) e di numerosi saggi scientifici e divulgativi sui beni culturali della Sicilia sud-orientale.

 

 


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Allegati:
Scarica questo file (cugno-canicattini.pdf)Patrimonio culturale iblei. Presentazione a Canicattini[Patrimonio Culturale, Paesaggi e Personaggi dell’altopiano ibleo. Scritti di archeologia e museologia della Sicilia sud-orientale]1926 kB

Autore: Susanna Valpreda
Editore: Bonanno

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Sikelia, la Sicilia bizantina di Susanna Valpreda

“Quando elaborai il testo della mia tesi di laurea, mi accorsi che era un po’ anomala. Le argomentazioni intraprese non si occupavano solo di arte, ma di tutti gli aspetti della presenza bizantina (storia, lingua, cultura, letteratura, architettura, monetazione) nella Sicilia orientale dei secoli VI-XII”. Inizia così l’incontro con Susanna Valpreda che nel 1996 consegue la laurea in Lettere moderne all’Università di Padova.

È stata forse una delle prime studiose ad intraprendere questa tematica il cui ambito risulterebbe parzialmente toccato dai ricercatori. Dopo aver vinto un concorso per bibliotecario, indetto dall’ateneo patavino, Valpreda pubblica un articolo estratto dalla sua tesi su una rivista specializzata veneta.

Successivamente, si trasferisce al Polo bibliotecario di Ingegneria. Nel 2014 è spronata a riprendere in mano gli argomenti abbandonati da tanto tempo, riaggiornarli e ricavarne un libro da far leggere ad un editore. Nasce così il saggio Sikelia. La Sicilia orientale nel periodo bizantino (pp. 174), edito nel 2015 da Bonanno.

In queste settimane, sempre in ambito siciliano e sull’epoca tardo antica e bizantina, sta lavorando ad una prossima pubblicazione, ad integrazione della prima, che si occuperà anche della Sicilia occidentale e delle isole minori (Malta compresa).

 

Tra i tanti temi sviluppati mi ha colpito quello di Siracusa “capitale” bizantina. Ci può dare qualche anticipazione?

“Forse non tutti sanno che nel 663 l’imperatore Konstantinos Pogonatos (ovvero il Barbuto), detto Costante, dopo aver regnato per vent’anni a Costantinopoli, sbarca a Taranto alla testa di un esercito orientale. Dopo varie tappe, di cui una a Roma, scende a Reggio Calabria dove gli si attribuisce la creazione del Ducato di Calabria che è una dipendenza del thema di Sicilia: quando non c’è più esarca in Italia, il patrizio di Sicilia diviene il più alto funzionario bizantino d'occidente. Ma anche prima che Ravenna e Roma siano perdute, per l’Impero Siracusa è la vera capitale di tutti i possedimenti bizantini nell’Italia meridionale. Alla corte di Bisanzio, dall’epoca di Costante II, la Sicilia e la Calabria sono considerate come un’unica regione. Verso la fine del 663 questo imperatore giunge a Siracusa dove stabilisce il suo quartiere generale e da cui organizza la difesa dei possedimenti minacciati dell’Islam.

Da quel momento Siracusa si trasforma nella capitale effettiva dell’Impero provocando polemica nella corte costantinopolitana, che si oppone alla translatio imperii impedendo il viaggio della famiglia imperiale in Italia a causa del carico simbolico che tale gesto comporta. Le monarchie vicine nutrono forti preoccupazioni in quanto temono un conseguente aumento dell’influenza bizantina nella regione. Nel 668 Costante è ucciso dal cortigiano Andrea, figlio di Troilo, il quale gli versa sul capo acqua calda e sapone mentre egli si trova in una vasca dei bagni di Dafne e poi, approfittando della momentanea cecità, lo colpisce sul capo con un vaso di bronzo. Caduto nell’acqua privo di sensi, l’imperatore affoga mentre l’omicida si allontana indisturbato.

I cortigiani e i capi dell’esercito siciliano mettono sul trono l’ufficiale armeno Mezezio che, però, non trova il sostegno aspettato. Dopo la morte dell'imperatore, gli eserciti di stanza in Italia e in Sardegna si rifiutano di obbedirgli marciando su Siracusa. La flotta, inviata da Costantino IV Pogonato, figlio di Costante e suo legittimo successore, ha ragione degli insorti, che sono condotti nella capitale e giustiziati”.

Fino a qui ciò che tramandano le fonti occidentali. Quelle orientali mostrano invece divergenze con le prime, dovute alla diversità dei punti di vista. Il capostipite di tutti i cronisti bizantini che si sono occupati della spedizione italiana di Costante è Teofane che narra la vicenda in due riprese. Alla ricercatrice Susanna Valpreda il compito di fare chiarezza sulle vicende sin qui descritte attraverso l’analisi della documentazione reperita che sarà oggetto di trattazione nel prossimo libro. 

Giuseppe Nativo


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Autore: Massimo Cultraro
Editore: Edizioni di Storia e Studi sociali
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Dopo la conferenza di domani a Ragusa (con l'archeologo Giovanni Di Stefano), il prof. Massimo Cultraro presenterà a Modica, giovedì prossimo, il suo libro "L’ultimo sogno dello scopritore di Troia”, Edizioni di Storia e Studi Sociali 2018.

 

La libreria La Talpa presenta un altro appuntamento dei "Giovedì" dedicati ai suoi 25 anni. Questa volta il tema è: archeologia, storia, storiografia. Ospite della presentazione: Massimo Cultraro (Archeologo, Storico e Docente di Archeologia Egea).

Interverranno il Sindaco di Modica Ignazio Abbate, Giovanni Distefano (Archeologo ed attuale Direttore del Polo Regionale di Ragusa per i Siti Culturali e per i Parchi Archeologici di Camarina e Cava Ispica) e Daniele Pavone (Storico)

Giovedì 13 dicembre ore 18, Società operaia di Mutuo Soccorso, Corso Umberto I n. 157, Modica

Col patrocinio del Comune di Modica, la Libreria "La Talpa" in occasione del suo venticinquesimo anno di attività organizza in collaborazione con Paesaggio Barocco - Enoteca Cioccolateria "Sotto San Pietro" un ciclo di cinque "Appuntamenti del Giovedì" che si terranno a Modica presso i locali della Società Operaia di Mutuo Soccorso in Corso Umberto I n. 157. Giuseppe Costanza, Vittoria de Marco Veneziano, Sebastiano Tusa, Vincenzo Jannuzzi e Massimo Cultraro saranno i protagonisti di questo ciclo di appuntamenti che spazieranno tra la cronaca del nostro tempo, le donne che hanno fatto la storia, l'archeologia e le tradizioni siciliane.

L'ospite del quinto ed ultimo appuntamento in programma il 13 dicembre alle ore 18:00 sarà MASSIMO CULTRARO che presenterà il suo libro "L’ultimo sogno dello scopritore di Troia”, edito da Edizioni di Storia e Studi Sociali nel 2018.

Heinrich Schliemann, controverso uomo d’affari, collezionista e viaggiatore tedesco, divenne una celebrità capace di travalicare l’ambito della storia della ricerca archeologica a seguito degli scavi alla ricerca dell’antica Troia dei poemi omerici, condotti a partire dal 1871 in Anatolia presso la collina di Hissarlik e che gli permisero di portare alla luce un sito in cui nel tempo sono stati riconosciuti ed indagati almeno dieci livelli stratigrafici principali che si dipanano dal Bronzo Antico (2920-2500 a.C.) fino al periodo Tardo Bizantino (XIII-XIV sec. d.C.). In particolare, la fortuna di Schliemann si deve al ritrovamento nel secondo di questi livelli stratigrafici – noto come Troia II – del “Tesoro di Priamo”, la cui autenticità resta assai discutibile e discussa, senza contare la denominazione assolutamente impropria, funzionale all’individuazione in questo strato della città omerica (Troia II è inquadrabile nella seconda metà del terzo millennio a.C., mentre quella omerica è da ricondursi al XII sec. a.C., quindi in un’epoca molto più recente), il che tradisce un approccio in cui la volontà di conseguire un risultato sensazionalistico quanto meno si affianca all’attenzione rivolta al dato scientifico, aspetto che non deve affatto stupire in un’epoca ancora pioneristica della ricerca archeologica, in cui sovente la finalità era quella di alimentare l’offerta del mercato internazionale dell’arte per soddisfare la domanda proveniente dai collezionisti e dai musei, tant’è che ancora oggi innumerevoli reperti rinvenuti da Schliemann si trovano esposti nelle collezioni di mezzo mondo.

Massimo Cultraro è archeologo specializzato in Archeologia Egea presso la Scuola Archeologica Italiana di Atene, docente presso l’Università di Palermo, Primo Ricercatore presso il CNR di Catania e membro dell'Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali (IBAM); la sua attenzione è stata richiamata dal rapporto di Schliemann con l’Italia, aspetto cruciale nella biografia dello scopritore di Troia, eppure finora mai oggetto di una trattazione specifica, nonostante nei decenni si siano contate migliaia di opere a lui dedicate. Due i viaggi principali effettuati nel Belpaese – nel 1858 e nel 1868 – animati dalla curiositas da Grand Tour alla ricerca di mirabilia in grado di suscitare quei brividi tipici della sindrome di Stendhal, il tutto sullo sfondo del rapporto di amore ed odio provato nei confronti degli italiani il cui stile di vita ai suoi occhi talora stride con lo straordinario patrimonio storico e artistico che li circonda; viaggi che lo conducono verso sud, a Roma, poi a Napoli – che forse è la città che ha apprezzato di più e dove sventuratamente troverà la morte nel 1890 – e infine in Sicilia, ove la Siracusa preorsiana delude le sue aspettative. Durante questi viaggi, Schliemann non manca di allacciare importanti rapporti con il mondo scientifico che matureranno dopo la scoperta di Troia con le campagne effettuate in Italia – in particolare ad Alba Longa, a Mozia e a Siracusa, ma tra le altre località, in Sicilia egli si reca anche a Segesta, Imera, Erice, Camarina e Taormina – e con la cessione di alcuni reperti rinvenuti ad Hissarlik al Regio Museo di Antropologia dell’Università di Napoli, al Museo Preistorico Etnografico di Roma e al Museo Civico di Bologna.

Massimo Cultraro ha raccolto l’esperienza italiana di Schliemann ne “L’ultimo sogno dello scopritore di Troia”, un saggio ricco di immagini e dalla lettura agevole e piacevole per tutti, particolarmente apprezzabile se si tiene conto che lo studio è desunto da una ricerca molto attenta condotta prevalentemente sull’immenso patrimonio manoscritto di lettere, taccuini e diari personali conservati nel Fondo Schliemann della Biblioteca Gennadius di Atene.

Daniele Pavone


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A Modica, Giovedì 6 dicembre (ore 18) presso Società operaia di Mutuo Soccorso (Corso Umberto I 157, Modica), si presenta il libro di Vincenzo Jannuzzi "Cucina Siciliana”, Edizioni Affinità Elettive (2017).

Temi: enogastronomia tipica siciliana. Ospite della presentazione: Vincenzo Jannuzzi (Autore ed Editore)

Interverranno il Sindaco di Modica Ignazio Abbate e Gianna Bozzali (Giornalista)

 

Modica, 3 dicembre 2018 – Col patrocinio del Comune di Modica, la Libreria "La Talpa" in occasione del suo venticinquesimo anno di attività organizza in collaborazione con Paesaggio Barocco - Enoteca Cioccolateria "Sotto San Pietro" un ciclo di cinque "Appuntamenti del Giovedì" che si terranno a Modica presso i locali della Società Operaia di Mutuo Soccorso in Corso Umberto I° n. 157. Giuseppe Costanza, Vittoria de Marco Veneziano, Sebastiano Tusa, Vincenzo Jannuzzi e Massimo Cultraro saranno i protagonisti di questo ciclo di appuntamenti che spazieranno tra la cronaca del nostro tempo, le donne che hanno fatto la storia, l'archeologia e le tradizioni siciliane.

L'ospite del quarto appuntamento in programma il 6 dicembre alle ore 18:00 ed inserito nel programma ChocoMObook di ChocoModica 2018 sarà VINCENZO JANNUZZI che presenterà il suo libro “Cucina Siciliana”, edito da Edizioni Affinità Elettive nel 2017.

«La Sicilia è forme cangianti, colori violenti, profumi intensi. Così è anche la sua cucina. La passolina e la sarda si sposano, il verde e il rosso si amalgamano, il dolce e il salato si baciano. È un trionfo, un'esplosione, una sinfonia. Il cucinare è un'arte e, in Sicilia, è sublime». L’incipit di “Cucina Siciliana” è una citazione particolarmente significativa e pertinente che non solo omaggia un altro celebre libro di cucina (“Cucina di Sicilia” di Paola Andolina, Flaccovio Editore), ma riflette anche la linea editoriale del libro e dunque la personalità del suo autore.

Quello di Vincenzo Jannuzzi è un nome forse poco noto al grande pubblico, ma molto conosciuto tra gli addetti ai lavori: studioso scrupoloso ed attento, particolarmente appassionato di archeologia, storia e politica, editore e scrittore prolifico, conosce profondamente la Sicilia e le sue tradizioni avendola percorsa palmo a palmo incontrando le sue genti, attraverso le città e le località più caratteristiche, gli infiniti paesaggi, il mare e le isole – come le Eolie cui ha dedicato un altro libro di enogastronomia: “Cucina Eoliana”, Edizioni Affinità Elettive 2017 – e dalla “sua” Messina gli è stato facile riservare la medesima attenzione anche alla Calabria (“Cucina Calabrese”, Edizioni Affinità Elettive 2016).

Il cibo è lo specchio della storia dei popoli, racconta delle tradizioni e delle loro origini, unisce gli odori e i sapori di terre un tempo lontane. “Cucina Siciliana” non è solo un ricettario tipico: costante è l’attenzione per il dato storico, mai casuale ed improvvisato, così come per le feste e le sagre in cui si celebra l'enogastronomia tipica siciliana, raccolte in una preziosa sezione; la stessa cosa può dirsi per la veste grafica, fondamentale in un’opera che esattamente come le pietanze di cui tratta, deve appagare anche lo sguardo del lettore. Infatti, se piacevolissimo è il carattere tipografico usato per la descrizione della preparazione dei singoli piatti che – non senza una nota di nostalgia – ricorda il corsivo del quaderno delle ricette della nonna, immancabile nella dispensa di ogni famiglia siciliana, quel che appare davvero straordinario è il ricchissimo corredo fotografico – tipico delle produzioni di Jannuzzi che è autore anche di splendidi calendari – evidentemente ispirato dall’incipit iniziale: il libro riverbera i colori accesi del Mediterraneo, risuona dei canti dei pescatori e delle cicale di campagna che friniscono tra il profumo del finocchietto selvatico e dell’origano, mentre il gusto pungente della ricotta salata, ammorbidito dalle melanzane e dal pomodoro, pervade il palato che assapora già la croccante dolcezza delle mandorle, illuminate dalla luce calda dell’Africa che traspare attraverso il gelo rinfrescante della granita di limone; alcuni meravigliosi cannoli quasi fuoriescono dalla quarta di copertina: viene voglia di prenderne uno con le dita per portarlo alla bocca e mangiarlo, ad occhi chiusi... In breve, “Cucina Siciliana” è un libro che mette appetito e ispira il desiderio di cucinare, con la consapevolezza che alla fine si assaporerà un piatto che rifletterà il gusto della Sicilia e della sua storia.

                          

Daniele Pavone


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Autore: Sebastiano Tusa
Editore: Edizioni di Storia e Studi Sociali
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Le antiche radici identitarie del popolo siciliano ai raggi X nel terzo incontro degli Appuntamenti del giovedì a cura della libreria La Talpa. Ieri pomeriggio a Modica l’archeologo e attuale assessore regionale dei beni culturali Sebastiano Tusa

 

Modica, 30 novembre 2018 – Vari saggi che centrano vari argomenti: un inquadramento storico, archeologico e filosofico sul Mediterraneo antico; le forme di religiosità delle popolazioni primitive siciliane; l'insorgenza agro-pastorale nell'isola ossia la transizione tra le società di cacciatori e raccoglitori e quelle d’agricoltori e pastori; microcosmi insulari straordinari come Pantelleria e le Eolie; infine, le antichissime radici identitarie del popolo siciliano. 

Questi i contenuti dell’opera “Sicilia archeologica” (Edizioni di Storia e Studi Sociali) presentata dall’autore, Sebastiano Tusa, ieri pomeriggio, nei locali della Società operaia di mutuo soccorso, in occasione de “Gli appuntamenti del giovedì”, promossi a Modica per celebrare i 25 anni di attività della libreria La Talpa, rappresentata da Francesco Trombadore, in collaborazione con l’enoteca cioccolateria “Sotto San Pietro”, c’erano Giorgio Solarino e Daniele Pavone, e con il patrocinio del Comune. 

Sono intervenuti l’assessore alla Cultura Maria Monisteri e l’archeologo Giovanni Distefano, attuale direttore del polo regionale di Ragusa per i siti culturali e per i parchi archeologici di Camarina e Cava Ispica.

 

Tusa, docente e scrittore assai prolifico, prima di approdare all’attuale incarico nella Giunta regionale siciliana, è stato soprintendente per i Beni culturali e ambientali di Trapani ed a capo della “sua” creatura, la prima Soprintendenza del Mare istituita in Italia con compiti di ricerca, censimento, tutela, vigilanza, valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico subacqueo, storico, naturalistico e demo-antropologico dei mari siciliani e delle isole minori. Fin dalla premessa ci si rende conto che l’autore ha voluto dare all’opera un taglio più divulgativo e meno accademico, ritenendo che la cultura debba essere patrimonio di tutti e non solo degli iniziati. I nove saggi hanno un unico filo conduttore, pur nella diversità degli argomenti, quello di rintracciare nel sincretismo antropologico quell’elemento identitario che fa della Sicilia non un’isola ma un arcipelago di culture, religioni, popoli e tradizioni.

“Nel primo saggio di taglio autobiografico – ha spiegato Tusa – ho rievocato la figura di Vincenzo Tusa, mio padre, archeologo di chiara fama, che mi guida, da piccolo, sui sentieri di Pantelleria, alla ricerca del “Sese del re”, un monumento funerario megalitico di epoca preistorica. In una foto, stringo la mano di mio padre, quasi in una sorta di passaggio di consegne tra noi due che si realizzerà nel mio impegno nel riesumare le tracce del passato”. 

Nei saggi successivi l’autore, attraverso le sue ricerche sulla terraferma e le  ricognizioni nei fondali sottomarini, tende a dimostrare che l’isola è da considerarsi un ponte di passaggio culturale non solo dall’Africa ma anche dalle coste egee, dai Balcani, dall’Asia Minore, dalla penisola italiana, dall’Europa e viceversa. Galleggiante nel cuore del Mediterraneo che, come dice Henri Pirenne, è oggetto e soggetto della storia, la Sicilia ne assorbe la vita e ne è assorbita. In questo mare si mescolano sostrati e parastrati della storia, lasciando molte tracce che sono tesori umani, storie, idee, segni materiali decodificati dall’archeologia.

 

Daniele Pavone


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Ragusa, 17 dicembre 2018 – Il Natale in Sicilia, si sa, è incredibilmente suggestivo ed emozionante, ricco di tradizioni sacre, profane e gastronomiche. Una triade, quest’ultima, non di poco conto che tiene conto di tanti fattori, non ultimo quello del territorio.

Fino a qualche anno fa l’atmosfera natalizia iniziava ad avvertirsi solo a partire dall’inizio di dicembre, quando per la celebrazione dell’Immacolata Concezione ogni famiglia addobbava l’albero di Natale e, soprattutto, si preparava il tradizionale Presepe. Oggigiorno, influenzati dalle usanze provenienti dai paesi del nord Europa, il clima natalizio anche in Sicilia fa il suo ingresso con un po’ di anticipo.

Ogni luogo dell’Isola secondo le proprie usanze si tinge di Natale non solo con luci e decori, ma anche con profumi gastronomici che solleticano l’olfatto fino a lambire dimensioni che si sposano bene col gusto. Connubio vincente di un buon piatto, specie quello natalizio.

Nasce, pertanto, la classica domanda che le signore – ma non solo – si pongono, ovvero “cosa preparare per la cena di Natale?”. Anche noi di Ondaiblea.it siamo incappati nel medesimo interrogativo e abbiamo subito girato il quesito a Giuseppe Maurizio Favara, cuoco di alta gamma, accreditato in F.I.C. (Federazione Italiana Cuochi), componente della Associazione Provinciale Cuochi Etnei e membro dell’Unione Regionale Cuochi Siciliani.

 

Prima di passare alla domanda clou (sopra evidenziata e virgolettata), stuzzichiamo Favara chiedendo: Come si può raccontare, in ambito culinario, la cucina popolare iblea in occasione del santo Natale?

«Raccontare la cucina popolare iblea, in particolar modo in occasione del santo Natale, rappresenta un viaggio nella storia di un territorio che parte dal mare per arrivare sino alle colline, dai boschi rigogliosi alle brulle sterpaglie, con paesaggi, territori e microclimi talmente diversi da dare facilmente l’opportunità di vagare tra profumi e sapori totalmente differenti sia nella natura della materia prima sia nelle preparazioni finali».

 

Viene subito in mente il suino la cui carne è molto apprezzata nel territorio ibleo e, soprattutto, perché si utilizzano tutte le sue parti.

«Certo. La carne di suino è sicuramente uno degli alimenti principi della tavola natalizia iblea. Non dimentichiamo che la gelatina si può gustare in tutta la provincia iblea e, in particolare, a Giarratana, Monterosso Almo e Chiaramonte Gulfi. Da non trascurare l’antica preparazione del cosiddetto “Sancieli” (sanguinaccio). Se ci spostiamo a Ispica troviamo i “miliddi e baccalà”; a Pozzallo i buonissimi polipetti di scoglio “ammuttunati”, e poi i ravioli, cavati e “tomasini” a Modica.

 

Una cucina che si avvicina molto al territorio?

«Una cucina comunque povera, non ricercata, figlia di un territorio per lo più votato alla pastorizia ed agricoltura, un territorio produttivo dove molto tempo si dedicava al lavoro e quindi pochissimo ne rimaneva da dedicare ad altro, figurarsi ai fronzoli culinari. Oggigiorno tutto sembra stravolto o comunque cambiato. Il territorio ragusano è meta di turismo d’élite. Gli abitanti stessi diventano più esigenti. Non bisogna dimenticare che la città di Ragusa è divenuta l’élite delle stelle Michelin, trasformandosi nella provincia più stellata di Sicilia. Segno questo di una evoluzione culturale e di una presunzione gastronomica che affonda le radici nella tradizione strizzando, consapevolmente, l’occhio all’innovazione e alle preparazioni gourmet».

 

Detto questo, quale menu consiglia per la cena di Natale?

«Da parte mia, girovago del gusto e accanito sostenitore della tradizione anche se conditissima d’innovazione, per questo Natale 2018, sulle tavole dei ragusani vedrei: 

- come ANTIPASTO, dei “tomasini” di pasta fillo conditi con ricotta allo zenzero e ciccioli di maiale serviti con una riduzione di cerasuolo di Vittoria (Rg); 

- il primo lo farei riempendo, di cavatelli ai cardoncelli, una melanzana perlina (Comiso) che andrei poi a adagiare su una passata di pomodorino di pachino e infine guarnita con chips di pancetta; 

- mai d’accordo che terra e mare non possono entrare nello stesso menù, come secondo farei dei polipetti di scoglio di Pozzallo, cotti sottovuoto a bassa temperatura adagiati su una mousse di baccalà macchiata con la riduzione del loro liquido di cottura, e finiti con del finocchietto selvatico fritto; 

- al dolce, considerato che il panettone non può mancare mai, andrei a farcire - con una crema di ricotta setacciata con zucchero di canna, e condita con grappa di frappato docg, e scaglie di cioccolato di modica - la fetta che andrà servita su un piatto con una colata di crema al basilico». 

 

Ci può dare un anticipo almeno con una ricetta?

«Inizierei con i “tomasini” natalizi.

Per la pasta fillo: 200 gr di farina manitoba, 105 ml di acqua calda, 2 cucchiai di olio di oliva, 1 cucchiaino di sale fino.

Per preparare la pasta fillo iniziate ad impastare tutti gli ingredienti con l’aiuto di una planetaria o di un robot da cucina fino ad ottenere un panetto elastico. Dividete l’impasto ottenuto in tante palline dello stesso peso e poi bagnatele sulla superficie. Coprite con un panno da cucina e lasciate riposare per 40 minuti. Successivamente stendete con l’aiuto della macchinetta per la pasta e trasferite su di un piano infarinato, spennellate con l’olio e sovrapponete quattro fogli di pasta. La pasta è pronta per essere utilizzata o congelata.

Per la ricotta ordinatene una da 1/2 kg e tenetela un giorno a spurgare in frigo affinché possa rilasciare il liquido in eccesso risultando in tal modo asciutta. Poi amalgamatela con lo zenzero e/o ginger grattugiato nella proporzione di un pezzetto di radice da tre centimetri per 1/2 kg di ricotta; se utilizzate quella vaccina mettete anche 1/2 cucchiaino di sale, se usate quella di pecora va bene così come si trova.

Prepariamo adesso i ciccioli.

Prendiamo un chilo di pancetta di suino e la facciamo bollire a fuoco lento. Appena si sarà formato il liquido per effetto dello scioglimento dei grassi, filtriamo il tutto in modo che la parte liquida lasci la carne. La parte liquida, così ottenuta, conservatela, solidificata non è altro che una buona sugna fatta in casa; la carne, invece, spremetela con lo schiacciapatate in modo da privarla totalmente dei liquidi. Avete ottenuto così i famosissimi ciccioli!

Adesso prepariamo la riduzione al vino:

500 ml di vino rosso, 250 ml di brodo vegetale, 50 g di burro, 1 scalogno, 30 g di farina, sale q.b. e 1 foglia di alloro.

Usciamo il burro dal frigo e lo facciamo ammorbidire. Poi, facciamo sciogliere in padella, a fuoco basso, metà del burro facendolo dorare per alcuni minuti e badando bene a non farlo bruciare. Aggiungi lo scalogno tagliato finissimo. Quando lo scalogno sarà leggermente imbiondito, aggiungiamo il vino.

Alziamo per un paio di minuti la fiamma (in questo modo faremo evaporare l’alcool dal vino). Uniamo la farina setacciata con il restante burro e il brodo; uniamo il tutto e cuociamo a fiamma moderata sino a quando il liquido si sarà ridotto di più della metà; logicamente prima dell’utilizzo filtrare il tutto.

Passiamo alla preparazione del piatto:

cerchiamo di riprodurre la forma del “tomasino” con l’aiuto del ripieno di ricotta a cui avremo aggiunto i ciccioli. Questi vanno fritti in un tegame con la sugna prima ottenuta dalla loro scolatura e quando raggiungono un colore ben dorato, adagiamoli sul piatto completandoli con un filo di riduzione che faremo scendere sul prodotto aiutandoci con un cucchiaio!

Sicuramente è un piatto di molto effetto e ricco di gusto e anche di calorie. Questa è la tradizione che guarda all’innovazione,

Vi auguro buon appetito, e alla prossima ricetta». 

 

a cura di Giuseppe Nativo

 


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Storie di Navi tocca, in questo breve racconto dell’artista internazionale Dina Smadar, i luoghi della memoria con l’incagliamento del barcone Pentcho, carico di ebrei, nel 1940. 

Grazie all’intervista effettuata per noi dalla scrittrice Marinella Tumino, a Dina Smadar, figlia di Zvi e Gitta Newman protagonisti del naufragio, abbiamo potuto ricostruire in sintesi l’accaduto. Altri sopravvissuti hanno avuto modo di raccontare questa storia in modo più dettagliato, poiché testimoni diretti. Possiamo trovare altre angolature del naufragio del Pentcho, infatti nel libro Odissey di John Bierman, o in quello di Gianfranco Moscati  in Documenti e immagini dalla persecuzione alla Shoah o ancora in un blog  del giornalista nonché storico Mario Avagliano, Stori@,  in cui l’autore  raccoglie la testimonianza dell’ebreo tedesco Heinz Wisla. Inoltre, l’intera vicenda la troviamo documentata nel Bollettino d’archivio della Marina Militare: Il salvataggio di naufraghi ebrei nelle Isole Italiane dell’Egeo (1939-1942). L’avventura del Pentchodi Giuliano Manzari.

 Il nostro intento è stato quello di riportare una fonte diretta corredata da notizie storiche. Con la testimonianza di Dina Smadar, forse siamo riusciti ad aggiungere un altro tassello a questa incredibile storia. I suoi genitori si conobbero nel campo di internamento diFerramonti ed è lì che lei nacque.  La premessa e la conclusione di questa storia l’affidiamo alle parole di Marinella Tumino la quale ci fa partecipe delle sue ricerche storiche sull’accaduto ma la testimonianza, ovvero l’intervista ,riporta  le parole  esatte della Smadar che ha risposto per iscritto , in inglese,  al nostro invito.

 

C‘è un luogo, in un angolo di Italia, che pochi conoscono; profuma di dolore, di speranza, di storia.

È il campo di internamento di Ferramonti di Tarsia, situato a pochi km da Cosenza, nel cuore della Calabria. L’inizio delle attività del campo di Ferramonti fu il 20 giugno del 1940 quando vi giunse un primo piccolo gruppo di 160 ebrei provenienti da Roma. Proprio in questo campo arrivarono anche i sopravvissuti Ebrei (circa 500) partiti da Bratislava a bordo di un barcone fluviale chiamato Pentchoe dopo aver percorso il Danubio giunsero nel Mar Egeo.

Il vento, che li aveva scortati per tutto il percorso quasi senza tregua, si era calmato ma quando tutto sembrava andasse per il meglio accadde la sciagura: un guasto al motore invalidò ogni tentativo di procedere. Allora tentarono di creare delle vele con delle lenzuola. L’obiettivo immediato era quello di raggiungere degli isolotti avvistati poco distanti ma ecco che il vento riprese prepotente e presto il “Pentcho”, in prossimità di un isolotto disabitato, si incagliò e si frantumò. Oggi la storia del piroscafo è documentata, ma ce la raccontano ancora alcuni sopravvissuti, testimoni preziosi di uno dei periodi più bui del Novecento, come l’artista internazionale Dina Smadar, nata nel 1944 nel Campo di Ferramonti e con la quale sono entrata in contatto dopo aver visitato con corpo e anima il Campo in questione e dove l’artista, che vive in Israele, cura il Museo. Dina è figlia di Zvi e Gitta Newman che convolarono a nozze proprio all’interno del Campo.

 

La storia

Mio padre Zvi Newman lasciò la casa dei suoi genitori in Slovacchia quando l’antisemitismo era in aumento. Partì da solo all’età di 17 o 18 anni. Essendo sputato, deriso ed essendogli vietato studiare in accademia, non lasciò spazio a dubbi e decise di partire per la Palestina con alcuni compagni…A questo punto inizia la sua avventura sul piroscafo Pentcho, una storia a sé stante.

C’erano 514 rifugiati sulla barca fluviale, un'ex imbarcazione utilizzata per trasportare animali o grano, che, secondo quanto ha scritto Halevi, “La funzione del battello era di trasportare centinaia di Ebrei in rive sicure, viaggiando su un percorso non segnato.

Nessuno dei passeggeri si è mai illuso di fare un buon viaggio; le difficoltà, le avventure e il rischio del pericolo di vita erano stati presi in considerazione in anticipo. La piccola imbarcazione già debole per la vecchiezza poteva difficilmente galleggiare nel Danubio. Ha resistito a tempeste, scossoni e colpi. Con pochi viveri e scarse riserve d’acqua, senza carte nautiche e al timone un ex ufficiale della marina zarista avevano ridisceso il Danubio attraversando ben cinque Stati (Slovacchia, Ungheria, Jugoslavia, Bulgaria e Romania), per poi sfociare nel mar Nero e, dopo aver attraversato lo Stretto dei Dardanelli, sbucare nell’Egeo.Durante il difficile viaggio, il battello, a causa del forte vento, si incagliò sull’isolotto di Kamilonisi nel mare Egeo. Tutti i passeggeri raggiunsero la riva dove provarono a recuperare eventuali parti rimanenti dell’imbarcazione che potevano essere utili. La mattina, i sopravvissuti si resero conto che l’isolotto roccioso era desolato e disabitato. Essi inviarono una barca a cercare aiuto ma essa non tornò mai. Dopo, appresero che i passeggeri furono ricoverati in ospedale in Egitto. Dopo molti giorni, una nave di salvataggio italiana arrivò e i sopravvissuti furono trasferiti a Rodi e da lì al campo di Ferramonti in Calabria…

In effetti, un grande plauso va alla motonavedella Reale Marina Italiana Camoglie al suo comandante Carlo Orlandi. La nave italiana riuscì a trarre in salvo i naufraghi, nonostante fossero stati avvistati dagli inglesi che non andarono in soccorso. I superstiti avevano affrontato il viaggio della speranza tra affanni e imprevisti, tra amori e dolori, un viaggio lungo quasi cinque mesi durante i quali nessun Paese che attraversarono volle dare loro cibo, acqua e il prezioso olio combustibile indispensabile per la navigazione. Gli unici aiuti arrivarono dalle comunità ebraiche locali. Un viaggio dunque che finì nell’Egeo, all’epoca zona di guerra sotto il controllo italiano.

La Camogli giunse fino all’isola di Rodi e lì gli sfortunati furono internati in un campo di tende e poi in una caserma fino agli inizi del 1942.Uno degli internati riuscì ad ottenere un visto per il Portogallo e a lasciare l’isola greca, quindi passò da Roma, dove fu ricevuto da papa Pio XII, al quale raccontò la storia dei naufraghi del Pentcho rimasti a Rodi. Il papa prese a cuore la vicenda e, grazie alla sua intercessione, una nave della Croce Rossa prelevò i naufraghi e in due momenti (febbraio e marzo 1942) li condusse in Italia. Un provvedimento provvidenziale, visto che le autorità italiane avevano chiesto ai nazisti di prendersi carico dell'intero gruppo per trasferirli in Germania.

Gli ebrei furono destinati al campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza, dove la maggior parte di loro riuscì a salvarsi grazie alla liberazione nel settembre 1943 ad opera degli Alleati, scampando così alla deportazione. 

Giovannella Galliano


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Febbraio 2006: la Seabulk Pride, petroliera a doppio scafo di 46,000 tonnellate in difficoltà tra i ghiacci dell’Alaska

 

Le Storie di navici portano in Alaska, con un altro racconto del capitano Gaetano D’Agostino che ha operato a bordo di navi adibite a trasporto di Gas naturale.

In Alaska, lo stato più grande ma meno popoloso degli Stati Uniti, le temperature sono rigide e possono scendere anche sotto i -20°C. Il ghiaccio in certi punti può raggiungere anche 2 metri di spessore e a febbraio, quando nella parte nord comincia a sciogliersi può essere molto pericoloso poiché le correnti di marea lo trasportano dappertutto.

Dalle parole del capitano D’Agostino apprendiamo che il pericolo maggiore era rappresentato durante la marea montante quando la corrente di marea raggiungeva una velocità che spesso superava anche i 5 nodi. Questa nuova avventura sulle navi non è stata vissuta direttamente dal capitano ma i fatti gli sono stati raccontati da persone che hanno assistito, a volte indirettamente. Il capitano ripete sempre di portare dentro questi racconti, perché ognuno di essi è stato vissuto da uomini che ogni giorno hanno solcato quei mari proprio come lui, con mille pericoli in agguato. I dettagli hanno un linguaggio specialistico, quello di chi sa cosa significa comandare una nave in condizioni altamente critiche.

 

Capitano D’Agostino si è mai trovato in situazioni critiche in quei mari?

Personalmente ho dovuto affrontare diverse volte serie emergenze dovute al ghiaccio, ma grazie alla perizia del mio equipaggio e forse anche ad un po’ di fortuna ne siamo usciti sempre bene.

 

I suoi racconti ormai stanno appassionando diversi lettori anche sulla sua pagina Facebook e le chiedo: quale storia vorrà condividere con loro questa volta?

Vorrei raccontare cosa accadde alla petroliera Seabulk Pridenel febbraio del 2006, premettendo che io mi trovavo in navigazione a pochi giorni dall'arrivo in porto e che i fatti mi sono stati raccontati da amici del posto che lavoravano nella raffineria dove andavamo noi. Le foto qui pubblicate, infatti, sono state scattate da loro…

 

Può raccontarci qualcosa del suo lavoro e di questa terra, l’Alaska, per far entrare il lettore nel suo mondo?

Certamente! Da luglio 1975 sino all'ottobre del 2010 ho operato a bordo di navi (LNG) adibite al trasporto di Gas Naturale Liquefatto (Metano quasi puro) tra il porto del villaggio di Nikiski (Alaska) dove caricavamo e il Giappone dove si andava a scaricare. L'Alaska è una bellissima terra ancora poco contaminata, stupenda in primavera ed estate, un po’ meno in autunno e inverno. Normalmente con inizio dal mese di ottobre si cominciava a coprire di neve sempre di più e la temperatura a volte scendeva ben sotto i -20°C. In queste condizioni, sull'acqua salmastra della parte nord del Cook Inlet, a nord di dove operavamo noi, si formava spesso una spessa lastra di ghiaccio che ricopriva tutta l'area. Ghiaccio che a volte in certi punti raggiungeva anche i due metri di spessore. Nell'area dove operavamo noi il ghiaccio non era sempre presente e difficilmente raggiungeva spessori così consistenti, però nel periodo di febbraio quando cominciava a sciogliersi o rompersi nella parte nord della baia e cominciava ad essere trasportato su e giù per essa, dalle correnti di marea, rappresentava grossi problemi specialmente se eravamo ormeggiati in panchina per le rituali operazioni commerciali. Il pericolo maggiore era rappresentato durante la marea montante quando la corrente di marea raggiungeva una velocità che spesso superava anche i 5 nodi (circa 10 km orari) muovendo spesse lastre di ghiaccio che a volte superavano i 50 metri quadri, lastre che insinuandosi tra la nave, la spiaggia e il pontile e sovrapponendosi l'una all'altra, spingevano la nave sino a farla staccare dal pontile con il rischio di rottura dei cavi di ormeggio e conseguenze varie. Noi eravamo ormai abbastanza esperti e preparati a contrastare il tutto. A volte, durante le ore più critiche, sospendevamo le operazioni e stavamo in panchina con la macchina a mezza velocità avanti per contrastare l'impatto e con l'elica trasversale prodiera (Bow Thruster) sempre in stand-by, inoltre era nostra buona pratica far rimanere sempre il pilota del porto (pratico della zona) a bordo durante queste occasioni in modo che in qualsiasi momento si rendesse necessario potevamo mollare tutto e allontanarci dall'area di pericolo sino a raggiungere un'area di sicurezza priva di ghiacci. Chi invece si trovava ad andare in quei posti per le prime volte in situazioni simili, era spesso impreparato a dover affrontare emergenze inaspettate.
A Nikiski esistono tre diverse raffinerie una vicina all'altra di proprietà di compagnie diverse e che trattavano prodotti diversi. La più a nord della Tesorotratta prodotti petroliferi, poi c'è quella della "ConocoPhillips-Marathon" che tratta Gas Naturale e poco più a sud quella della Unionche trattava ammoniaca, urea e prodotti simili. Quest'ultima è stata però fermata e non più operativa credo nei primi anni 2000.

 

Il racconto

Il due febbraio 2006 la Seabulk Pride, petroliera a doppio scafo di 46000 tonnellate di stazza, lunga 183 m, larga 32 m, costruita nel 1998, operata dalla Seabulk Tankersdi Ft. Lauderdale, Florida, si trovava ormeggiata al pontile della Tesoroper operazioni commerciali quando a causa forte corrente di marea entrante che faceva risalire grosse e spesse lastre di ghiaccio che cominciarono ad insinuarsi tra lei e il pontile ha dovuto sospendere le operazioni e prepararsi a lasciare la panchina in emergenza. A causa del forte e continuo impatto dei lastroni di ghiaccio con lo scafo della nave alcuni cavi di ormeggio di manila andati troppo sotto sforzo sino a superare il proprio carico di rottura si spezzarono cadendo in acqua, ad uno ad uno tutti i cavi si spezzarono lasciando la nave libera dal pontile in balia di sé stessa.

Pare che uno di questi cavi caduto in acqua sia andato a finire tra le pale dell'elica inibendo così l'uso della stessa e lasciando la nave libera di essere trascinata, dalla corrente di marea, lontana dal pontile. Una volta liberi dal pontile una o entrambi le ancore sono state filate a mare per frenare o fermare la deriva della nave, ma ciò non è stato sufficiente ad evitare che la corrente di marea spingesse la nave verso terra facendola arenare sulla spiaggia poco a nord del pontile, dove era ormeggiata. Fortunatamente essendo il fondo non roccioso, ma alquanto sabbioso, non ci furono danni consistenti e sopratutto grazie anche al doppio scafo non ci fu nessuna perdita di carico in mare e quindi nessun inquinamento delle acque.

La nave si fermò e rimase incagliata sino al giorno dopo quando con l'assistenza di alcuni rimorchiatori fu liberata, ispezionata e ritornata ad essere operativa. In conclusione, una grande paura, finita senza grossi danni a persone o all'ambiente. La stessa nave ha avuto nuovamente difficoltà nello stesso pontile nel gennaio del 2007 quando sempre a causa di condizione di ghiaccio estremo è stata costretta a lasciare il pontile ma questa volta pur se con mille difficoltà riuscì a riprendere il largo senza nessuna conseguenza.

In seguito a queste due situazioni di emergenza e in considerazione della possibilità del ripetersi, la USCG emanò un'ordinanza che tutte le petroliere che operavano in quel pontile dovevano essere assistite da rimorchiatore durante le operazioni di ormeggio, disormeggio e durante tutto il tempo di permanenza in pontile.

Noi che operavamo nel pontile vicino della suddetta nave, pur essendo soggetti alle stesse condizioni atmosferiche, non avevamo nessun obbligo di assistenza di rimorchiatori pur considerando che la nostra nave era più grande (239 metri di lunghezza con 40 m di larghezza), ma con una macchina di potenza ben superiore, fornita di elica di spinta laterale (Bow Thruster) a prora e con equipaggi che da anni operavano sempre su quelle navi quindi con esperienza sufficiente a fronteggiare situazioni di emergenza similare. Abbiamo quindi continuato ad operare nell'area ormeggiando e disormeggiando sempre da soli senza ausilio di rimorchiatori ma soltanto avvalendoci dell'esperienza e consigli fornitaci dai piloti del luogo, persone tutte con grande esperienza professionale.

 

 Un racconto, questo del capitano D’Agostino, che ci ha sicuramente catapultati in una realtà diversa dalla nostra dove cielo e mare sembrano toccarsi veramente, sul tetto del mondo.

Giovannella Galliano


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Il 19 gennaio 1915 l’Endurance, capolavoro dei maestri d’ascia norvegesi, affonda nelle acque dell’Antartide

 

Storie di Navi, rubrica a cura di  Giovannella Galliano

 

La rubrica, “Storie di navi” questa volta ci porta molto lontano nel tempo,  il 19 gennaio 1915, quando la nave Endurancefallì l’Imperiale Spedizione Transantartica mentre viaggiava nel mare di Weddel a sole 80 miglia dall’Antartide.

Enormi lastre di pack, infatti, la imprigionarono costringendo l’intero equipaggio ad abbandonare la nave salvando il salvabile. Ce la racconta uno scrittore ragusano, Vincenzo La Monica, conosciuto come Responsabile Immigrazione della Caritas di Ragusa che in un suo blog ha raccolto varie fonti, scritte e filmate, per creare di suo pugno un racconto entusiasmante per gli appassionati del genere. Ne riportiamo qui una riduzione ad opera dello stesso Vincenzo La Monica.

A questo avvenimento fu dedicata anche una puntata di Superquark e le foto qui pubblicate sono del regista free lance Frank Hurley, su carta Kodak.

 

La Storia

Thoralf Sørlle era il direttore della stazione baleniera di Stromness, nella Georgia Australe. Un uomo avvezzo alla macellazione delle balene, al gelo mischiato di fumo e di grasso, ai tetri fusti in metallo per la conservazione dell’olio, alle maniere dei marinai. La persona di fronte a lui aveva la barba lunga e i capelli che gli arrivavano alle spalle, la faccia nera e i vestiti laceri. Quando lo sentì parlare, Sørlle scoppiò in lacrime. Quell’uomo aveva detto: “Mi chiamo Ernest Shackleton”.

 

Seicentocinquattonto giorni prima, l'uno di agosto del 1914, il capitano che portava quel nome levava l’ancora da Londra a capo della Imperiale Spedizione Antartica. Era diretto verso l’Antartide, una terra incognita, più vasta dell’Europa, per tentarne l'attraversamento da mare a mare, partendo da est.

Shackleton, che i suoi uomini chiamavano semplicemente “Il boss”, partì a capo di un equipaggio di 27 persone tra marinai, cuochi, artisti, scienziati, un clandestino poi promosso cambusiere e una muta di 69 cani da slitta. Curiosamente aveva aggregato all’equipaggio anche l'attrezzatura fotografica del regista free lance Frank Hurley, ma non una radio trasmittente, considerata all’epoca un affare di poca utilità, nonostante avesse già salvato centinaia di vite umane nei giorni del Titanic.

 

La nave su cui salparono si chiamava Endurance ed era uno degli ultimi capolavori dei maestri d'ascia norvegesi, costruita con tronchi che avevano già in natura le curvature necessarie all'uso navale e propiziata ponendo una moneta da una corona sotto l'alberatura.

L’Imperiale Spedizione Transantartica fallì ufficialmente a poche settimane dalla partenza, il 19 gennaio 1915, per un caso imprevedibile. Mentre viaggiava nel mare di Weddel e a sole 80 miglia dall’Antartide, l'Endurance si trovò stretta da enormi lastre di pack spinte dal vento e rimase imprigionata, così come scrisse nel suo diario il magazziniere di bordo: “in mezzo ai ghiacci, come una mandorla in una tavoletta di cioccolato”.

Gli uomini, nei primi mesi, rimasero fiduciosi in attesa del vento che avrebbe spazzato via i blocchi ammassatosi intorno all’Endurance. Quando iniziò l’inverno australe e la lunga notte polare, Shackleton non nutrì più speranze sulla sopravvivenza dell’imbarcazione. L'equipaggio si preparava ad affrontare sulla nave mesi lunghi e bui con temperature che scesero fino a 45 gradi sottozero. L’agonia della Endurance fu maestosa. Le foto di Hurley ce ne mostrano lo spettro fluorescente nel ghiaccio della notte artica. Il 27 ottobre 1915, dopo 9 mesi di prigionia nei ghiacci, la pressione del pack sullo scafo divenne insostenibile e l’Endurance si piegò, squarciata su un lato. Gli uomini abbandonarono la nave, che si inabissò il 15 novembre.

Le correnti, nel frattempo, avevano portato l’equipaggio alla deriva per più di mille miglia nautiche, lontanissimi da terre abitate e dalla loro meta, nei cui pressi si sarebbero aggirate eventuali squadre di soccorso. Shackleton diede l’ordine di salvare dalla nave le provviste, i cani, il materiale fotografico e le tre scialuppe di salvataggio. Prigionieri su un blocco di ghiaccio di qualche chilometro quadrato, con temperature sempre sotto lo zero, i 28 sopravvissero con una dieta basata su carne di pinguino e la costante minaccia del congelamento e della cecità da neve. Per mesi  la corrente portò alla deriva Shackleton e i suoi uomini in condizioni sempre più estreme, tanto che il boss fu costretto ad ordinare l'abbattimento degli animali per risparmiare provviste e alleggerire il carico.

L'iceberg su cui si erano accampati e su cui avevano trascinato con enorme fatica le tre scialuppe si assottigliava sempre di più e il 9 aprile 1916 Shackleton dispose di salire sulle imbarcazioni per rimettersi in mare. Saranno 5 giorni di navigazione terribili, tutti trascorsi ai remi e alle vele senza chiudere occhio. La destinazione finale fu l’isola di Elephant, un enorme scoglio innevato,  spazzato da venti gelidi ed impetuosi. La malridotta Imperiale Spedizione Antartica toccava terra dopo 497 giorni. Il tratto di costa che accoglieva gli uomini non era più largo di trenta metri e profondo quindici. Tutti sapevano che il resto del mondo che ancora si ricordava di loro, li aveva dati per morti.

A Shackleton fu subito chiara la necessità di ripartire prima dell’arrivo dell’inverno per portare soccorsi. Si imbarcò il 24 aprile del 1916 con 5 compagni sulla scialuppa "James Caird", una nave di sette metri di lunghezza, con l’obiettivo di raggiungere la Georgia Asutrale, un'isola di circa 20 Km di lunghezza a oltre 1.500 chilometri di distanza, attraversando uno dei mari più tempestosi al mondo, dove le onde si sollevano ordinariamente per oltre 7 metri, fino a raggiungere spesso i 20.

Per centrarla avevano a disposizione solo un sestante ed un cronometro, con cui provavano a tracciare la rotta quando le nuvole lasciavano intravedere il sole. Le onde spinte da un vento a 150 Km orari si abbatterono sulla Caird con furia inaudita e gli uomini a bordo lotteranno duramente per riportare lo scafo e se stessi alla vita. Con un capolavoro di perizia nautica approderanno alla meta il 10 maggio 1916, presso la Baia di re Haakon. Non era l’ultima fatica di Shackleton.

 

L’approdo, infatti, distava una decina di miglia in linea d’aria dalla base baleniera e il boss, lasciati i tre uomini più stanchi sulla piccola spiaggia di approdo, percorse con due compagni, per la prima volta al mondo e senza nessuna attrezzatura, la catena di monti e ghiacciai che lo separava dalla salvezza. Si presenterà così allo sbigottito Sørlle.

Messi in salvo i 3 della Baia Di Re Haakon, Shackleton organizzò ben 4 spedizioni per recuperare i superstiti dell’isola Elephant, che nel frattempo attendevano sopportando un inverno rigidissimo e tribolazioni di ogni genere. Solo ad agosto la banchisa lascerà passare il rimorchiatore cileno Yelcho con a bordo il boss.

 

Il 30 agosto del 1916 sull’isola Elephant era un giorno plumbeo come sempre. L’artista George Marston si trovava su un picco per disegnare il paesaggio intorno quando si accorse di un filo di fumo all’orizzonte.  “Tutti bene? Tutti salvi?” sono le parole che il boss rivolge dall’imbarcazione di soccorso ai suoi. “Tutti bene” gli rispondono gli uomini sull’isola, che contro ogni logica non avevano dubitato mai della salvezza.

A bordo del vapore Yelcho quegli uomini si lasciavano alle spalle il vasto silenzio del desolato sud  che avevano abitato per oltre due anni. Dietro di loro, nel tepore della salvezza, si scioglieva un tipo d'uomo e affiorava minaccioso un secolo che avrebbe annullato il gesto individuale per preferirgli l’organizzazione di tipo militare, sostituendo la responsabilità personale con il dovere astratto. Negli stessi mesi in cui Shackleton lottava con fede disciplinata (certamente di radice vittoriana) contro una Natura dello stesso tipo che si parò di fronte all’Islandese di Leopardi e ne prendeva a schiaffi la faccia attonita, salvando tutti i suoi uomini, stupidi generali a cui abbiamo dedicato piazze e monumenti utilizzavano noncuranti i loro uomini come quantità da mandare al massacro per conquistare col sangue un palmo di terra che avrebbero perso il giorno dopo, a un prezzo di sangue ancora maggiore.

L'avventura dell'Endurance, nel congedare un’epoca, parla oggi un linguaggio, per usare un termine più insidioso dei ghiacci antartici, religioso. Il capitano che torna a riprendere i suoi uomini che lo attendono anche quando la logica imporrebbe la disperazione è la potente metafora di ogni fedele che salmodia al buon pastore, al dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, a colui che tra i 99 nomi ha quello di chi provvede e vigilia.

La nave di Shackleton che si avvicina alla terra desolata e promette di nuovo casa ed abbracci e tabacco profumato e cibo dolce e poi di nuovo avventure, è l’immagine commovente che ognuno dei 28 uomini della spedizione e tutti noi, in fondo, vorremmo si svolgesse sotto le nostre palpebre chiuse nel momento supremo; quando nel buio che ci avvolgerà aspetteremo di vedere apparire qualcuno che eroico ed ostinato verrà a salvarci.

 

***

Nelle foto l’Eendurance prigioniera dei ghiacci, gli uomini dell'equipaggio che provano a liberarla, il trasporto della James Caird sul ghiaccio, la partenza della James Caird, e una foto di gruppo della spedizione.


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La Costa Concordia, il naufragio del 13 gennaio 2012: il racconto di due ragazzi di Ragusa e la  promessa di matrimonio salvata in tempo, grazie ad un ‘angelo’

 

Eccoci qui con un’altra storia di navi. Due i protagonisti, tra 4229 persone che hanno vissuto quell’assurdo naufragio sulla Costa Concordia il 13 gennaio del 2012.  

L’urto contro lo scoglio de Le Scole in prossimità dell’isola del Giglio  ha provocato una falla di circa 70 metri  sulla carena, il mayday lanciato quasi un’ora dopo l’impatto. Sono stati 32 i morti tra passeggeri ed equipaggio. 


[…il comandante Schettino (salito in plancia alle 21:34), poco dopo una breve conversazione telefonica sulla profondità del fondale con il comandante a riposo Mario Terenzio Palombo, ha assunto la conduzione della navigazione, ordinando subito dopo rotta 300° e velocità 16 nodi, e, mezzo minuto più tardi, rotta 310° e poi 325° in modo da proseguire l'accostata per avvicinarsi all'isola del Giglio per il saluto. Alle 21:42 e poi alle 21:43 Schettino ha ordinato rotta 330° e poi in rapida successione 335°, 340° e 350°, per passare davanti all'abitato di Giglio Porto tenendosi più sottocosta possibile ed emettere dei fischi di saluto. Fonte: www.wikipedia.org]

 

Ricordi che non vorrebbero mai affiorare ma che ricompaiono quando pensi di aver dimenticato, di aver superato quella paura. Martina e Salvatore si erano imbarcati il giorno prima a Palermo sulla Costa Concordia per la loro prima crociera. Lui aveva avuto la brillante idea di regalare a Martina questo viaggio per il suo compleanno e nello stesso tempo poterle organizzare una festa a sorpresa  con annessa promessa di matrimonio. L’anello l’aveva già consegnato allo chef che l’avrebbe tirato fuori insieme alla torta e ai fuochi pirotecnici. Ma purtroppo il giorno dopo, venerdì 13 gennaio alle 21:45, qualcosa non andò come previsto. Si erano appena seduti a tavola per la cena, lui era trepidante nell’attesa della sua proposta…

 Martina e Salvatore oggi quasi ricordano a fatica quella sera. Molte cose risultano ancora sbiadite dalla paura, altre riaffiorano durante il racconto, altre ancora risultano inspiegabili per entrambi. 

Partiamo dall’inizio, lì sul molo di Palermo, Martina Scribano, 23 anni e Salvatore Capizzi (24), di Ragusa, due giovani felici di imbarcarsi, mano nella mano, come sempre. La foto scattata da un amico a ridosso della Costa Concordia è l’unica rimasta perché sia il telefonino che la macchina fotografica sono rimasti in fondo al mare. Nessun altro ricordo visivo da poter mostrare.

 

La loro storia

 «Siamo entrati sulla nave, una sensazione fantastica – inizia Salvatore –tutto bello,  grande e luminoso. Appena metti piedi là dentro ti scordi subito che stai su una nave; pensi piuttosto di essere in una vera città dove tutto è possibile fare: un attimo prima sei in piscina, nella SPA, subito dopo sei già in giacca e cravatta per la serata di gala. Non facevo altro che pensare al giorno dopo, poiché avevo organizzato una serata speciale per dichiarare a Martina nuovamente il mio amore e farle la proposta di matrimonio. Il primo giorno da Palermo a Civitavecchia ci siamo goduti il piacere della crociera, eravamo felici, tutto era perfetto ma eravamo solo all’inizio ed era troppo presto per cantare vittoria.

Avevamo grandi aspettative per quel viaggio –continua Martina –dal momento che i nostri genitori, che avevano fatto l’anno prima la stessa crociera, ci avevano raccontato storie bellissime. Ma la nostra storia era tutta da raccontare: tornati da una serata al teatro ci siamo diretti nella sala ristorante dove nei buffet e sui tavoli il cibo era il protagonista principale. Avevamo lasciato in cabina telefoni, documenti, macchine fotografiche e quant’altro.  Ad un tratto un forte scossone come se la nave avesse urtato qualcosa e nello stesso tempo avesse fatto retromarcia. Se non fosse stato per la pila dei piatti e bicchieri che incominciavano a cadere, nessuno si sarebbe allarmato più di tanto. I camerieri che i filippini a bordo non mostravano segni di paura e si muovevano con normalità. Cos’è stato? Qualcuno disse che era scoppiato il generatore. Le luci si sono spente di colpo e sono iniziate grida di paura. Tutti abbiamo cercato una via di fuga. Alcuni, purtroppo, quella sbagliata! 

Ci trovavamo al quarto piano, credo, e uno chef ci ha aperto una porta di servizio. Nelfrattempo era ritornata la luce. Da questa porticina, interdetta ai passeggeri, siamo arrivati ad una scala di servizio che ci ha portato subito sul ponte dove si trovavano le scialuppe di salvataggio. Appena in tempo. Subito dopo hanno chiuso le porte stagne dietro di noi. Ma noi eravamo già fuori.

Gli avvisi ripetevano che bisognava recarsi nelle muster station[sala adunate, ndr] e molti lo hanno fatto. Altri ancora, soprattutto gli stranieri che avevano già cenato, purtroppo si trovavano già a letto e non si sono mossi da lì.  Dopo tanto tempo da questo annuncio (un ora, forse) è suonata la sirena d’allarme, i 7 fischi che  indicavano l’evacuazione…

Il cuore batteva a mille all’ora, tenevo Martina per mano, eravamo impietriti – continua Salvatore – abbiamo pensato che la nostra vita fosse già finita li su quel ponte e la nave, che prima si era inclinata da un lato e dopo si era quasi livellata, poi ha iniziato ad inclinarsi proprio dal nostro lato. La parete stava diventando il pavimento. Due ore di terrore, “la morte con gli occhi”, ma mi sono messo accanto ad un barile, quello che pare si gonfia in acqua. Non mi sarei mai buttato in acqua senza un appoggio perché era tutto buio pesto.  Alcuni però si buttavano giù e qualcuno è morto risucchiato dal vortice provocato dall’incagliamento della nave.  Grida, pianti di bambini, un fuggi-fuggi generale.

[Al momento dell’abbattimento sulla dritta, diciotto delle persone che stavano attraversando il corridoio trasversale poppiero nei pressi dell'atrio ascensori per spostarsi da sinistra a dritta  sono scivolate nella zona allagata di poppa dritta del ponte 4 o nei vani ascensori, perdendo la vita  Wikipedia]

Martina impietrita pensava di rivivere dal vivo scene dal film Titanic. Dopo circa due ore di panico  sono iniziate le operazioni di salvataggio. È stato lì che come in  quel film nella scena “Mi fido di te”, Martina mi ha seguito: ci siamo avvicinati alla scialuppa 27. Era quella che toccava a noi ma ahimè non si era aperta. Fortunatamente per noi dico oggi poiché è stata quella che poi in mare si è capovolta.

…Infatti siamo scesi con la 26 – aggiunge Martina – ma i filippini non riuscivano a farla partire  e così siamo finiti sopra lo scoglio  e successivamente siamo andati a sbattere sulla nave e alzando gli occhi vedevamo le pareti sulla nostra testa con la scritta Costa Concordia. La nostra scialuppa si era bucata.  

Ancora panico, ancora grida. Non era ancora finita! Ho pensato di morire e la cosa più brutta per me era quella di non poter sentire i miei genitori per l’ultima volta.  Ma un angelo ci è venuto incontro. Vedendo questa situazione, un ufficiale coraggioso si è buttato in acqua, ci ha disincagliati e ci ha portato a riva, a circa 150 metri dalla nave, sul molo dell’isola del Giglio. Ecco, eravamo in quell’isola. Ora lo sapevamo!  Solo dopo abbiamo appreso che quello era stato un inchinoche la nave era solita fare da quelle parti. 

La tragedia però ha vinto sulla cortesia. Man mano che ci allontanavamo dalla nave si sentivano meno le grida delle persone e noi ci sentivamo già fortunati nella sfortuna, stavamo per toccare terra. Il freddo era tremendo, non avevamo nulla addosso, solo abiti leggeri. Io avevo una magliettina leggera e tremavo. Tremavamo entrambi e non so se  più per il freddo che per la paura, poi sulla terra ferma ci hanno portato in una chiesa e poi ancora in una palestra dove ci hanno dato indumenti e coperte.  L’organizzazione è stata impeccabile.

Ci ha ospitati una signora, madre o nonna di un ragazzo imbarcato – dice Salvatore – Ma prima di entrare in quella casa, sul molo con le lacrime, senza abiti che ci riscaldassero, senza cena, senza luci e senza sfarzi, senza torta, senza anello,  nel nulla e sotto il cielo, togliendoci i giubbotti di salvataggio, io ho voluto a tutti i costi chiedere a Martina, proprio là, in quel momento: “mi vuoi sposare?” Il suo sì e le nostre lacrime di gioia per un attimo hanno cancellato il trascorso.  Per troppo tempo però non abbiamo voluto parlare dell’accaduto.

Supporto psicologico e tanto amore ci hanno quasi liberato da quella paura– conclude Martina –.Due anni dopo la disavventura su quella nave ci siamo sposati ed oggi abbiamo Mattia, il nostro grande amore. Non so se gli racconteremo mai questa storia, magari quando sarà in grado di farlo, leggerà su Ondaiblea questo nostro racconto. Adesso è ancora presto.

Io ho ancora paure da superare e me ne sono accorta da poco nel tragitto  da Venezia a Murano su un vaporetto. Ho stretto in braccio il mio bambino poiché in quel momento un temporale e il vento forte hanno increspato parecchio le acque e ho provato una sensazione già conosciuta, ho avuto ancora paura. Forse non farò più una crociera, chissà… se dovessi  farla e dovessi portarmi dietro il mio bambino sono sicura che non lo lascerei nell’area bimbi. Molte persone quel giorno avevano lasciato i loro bambini nella sala animazione e non riesco ad immaginare l’angoscia che abbiano potuto provare nel dubbio di non poter riabbracciare più i loro piccoli».

 

– E Schettino?, chiediamo noi. Nel vostro racconto manca la figura del comandante. Non lo avete neanche nominato. Cosa provate per quest’uomo?

Nulla, – dicono – non lo giudichiamo. In fondo è un uomo, con le sue debolezze ed i suoi errori. Oggi è libero, la giustizia italiana pensiamo lo abbia assolto.

– E quella divina?

Non rispondono…

 

Giovannella Galliano


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Un infortunio a bordo della nave Arctic Sun e l’evacuazione con un elicottero della JCG (Guardia Costiera Giapponese) nel Novembre 2005

 

Continua la rubrica  “Storie di Navi” che permette ai lettori di ascoltare dalla voce dei protagonisti alcuni racconti che hanno suscitato all’epoca l’attenzione e lo stupore dei media. Sono storie di navi, di guerra o semplicemente storie che sono rimaste impresse nella memoria di qualcuno e che noi raccoglieremo per condividerle con i nostri lettori.

Il capitano Gaetano D’Agostino, dopo averci raccontato la storia dellascomparsa in mare della nave greca da carico alla rinfusa  Pasithea, oggi ci regala un altro ricordo, risalente al 6 novembre del 2005. La sua premessa è importante per capire l’intero racconto di cui lui fu soltanto testimone ‘via radio’ poiché si trovava a bordo della Polar Eagle in navigazione nel Mare di Bering diretto in Giappone, mentre l’accaduto si riferisce alla nave gemella Arctic Sun diretta verso l'Alaska

Dalla sua premessa ricordiamo che il capitano Gaetano D’Agostino, in pensione dal 2010, ha navigato per ben 36 anni con una Compagnia che aveva due navi metaniere (addette al trasporto di LNG-Liquefied Natural Gas o GNL -Gas Naturale Liquefatto) che operavano tra Alaska (porto di caricazione) e Giappone (porti di discarica), generalmente quando una si trovava in Alaska l'altra era in Giappone e viceversa. Durante le traversate oceaniche si incrociavano circa a metà viaggio nei pressi dell'isola di Attu (Aleutine), nel mar di Bering o in Oceano Pacifico ad ovest delle isole russe Kurili.  Per anni gli Ufficiali Superiori (Comandante, Direttore di Macchia, Primo Ufficiale e Primo Macchinista) si alternavano di volta in volta su una o sull'altra nave. Navi perfettamente identiche che solo gli addetti potevano riconoscerne le minime differenze.

Dopo il 2000, avendo ridotto i periodi a bordo e aumentati i periodi di licenza a casa, avevano stabilito una nave fissa per ognuno di loro. Cioè, a fine vacanza, si ritornava sempre sulla stessa nave da dove si era sbarcati, tanto che ognuno lasciava a bordo molto del proprio bagaglio personale. Quasi giornalmente le due navi erano in contatto tra di loro via radio. I nomi delle due navi sulle quale operava il capitano D’Agostino dal 1993 sino a 2007 erano la Polae Eagle e la Arctic Sun. Nel 2007 essendo state vendute ad una nuova compagnia cambiarono i rispettivi nomi in Polar Spirit e Arctic Spirit.

 

Il racconto del Comandante D'Agostino

Ero a bordo della Polar Eagle, in navigazione nel mar di Bering diretto in Giappone, ero in stazione radio sul ponte di comando, dove normalmente rispondevo alle varie email e messaggi degli uffici di terra, quando arrivò una chiamata radio da parte della nave gemella Arctic Sun. Era una chiamata privata che normalmente di tanto in tanto gli ufficiali facevano per scambiarsi informazioni e notizie varie. L’Arctic Sun circa due giorni prima aveva lasciato il Giappone ed era diretta verso l’Alaska, in pratica in viaggio inverso al nostro. Il mio ufficiale di guardia risponde alla chiamata e dall'altro lato sente la voce del collega che dopo aver salutato diceva: «Ma non sapete niente di cosa ci è successo?» -  «No, cosa è successo?» - «Abbiamo avuto un incidente a bordo ed una persona è stata evacuata con l’elicottero». Il collega mi ha quindi raccontato l’accaduto nei particolari.

La Arctic Tokyo era partita il giorno prima dal porto di Negishi (Giappone) dove aveva scaricato ed era diretta in Alaska per il prossimo carico. Il Comandante, valutando le condizioni meteo previste, aveva tracciato la rotta per mantenersi quando più vicino alle isole giapponesi di Honshu e Hokkaido, poi delle isole russe Kurili, prima di attraversare l'oceano sino a raggiungere le prime isole americane delle Aleutine. Era mattino, orario di colazione, e alcuni Ufficiali si trovavano in sala pranzo per consumare la loro colazione quando dalla cucina di bordo, adiacente alla sala pranzo, sentono arrivare un urlo e una richiesta immediata di aiuto. Si alzarono e corsero a vedere cosa stava succedendo e con loro grande sorpresa trovano il capocuoco (Ch. Steward) italiano a terra con il sangue che usciva fortemente dal braccio sinistro e che in brevissimo aveva impregnato gran parte della cucina.

Devo premettere che tutti a bordo erano in possesso di Certificati di Pronto Soccorso e un paio anche di quelli di Pronto Soccorso Avanzato, ma che avendo anche seguito dei corsi interni di Bloodborne Pathogencioè di come evitare possibili infezioni patogene venendo a contatto con liquidi umani (sangue, urine, saliva, vomito etc...) di persone possibilmente infette, sapevano bene che prima di dare soccorso a qualcuno dovevano proteggersi loro stessi per ridurre il rischio di possibile contagio. Tutto normale e risaputo,  dunque, ma in una situazione di estrema emergenza come quella che si era parata loro dinanzi agli occhi non avevano tempo per indossare mascherine, grembiuli, occhiali, guanti ed altro e si son prodigati subito a cercare di stagnare, fermare o ridurre al minimo, lo zampillo di sangue che l'infortunato aveva copioso dal braccio.

Uno degli ufficiali alla vista del sangue sparso dappertutto si è quasi sentito mancare, un altro invece senza curarsi di imbrattarsi tutto lui stesso afferrò un asciugamano bianco pulito e lo attorcigliò stringendolo al braccio dell'infortunato cercando di fermare la perdita di sangue. Nel contempo il comandante avvisato di quando stava succedendo si recò sul ponte di comando mettendosi in contatto con gli uffici di terra e con la guardia costiera giapponese, questi appena compreso la gravità del fatto e avendo visto che la posizione della nave era ancora entro la portata degli elicotteri dell'isola di Hokkaido, fu ordinato di cambiare rotta e dirigersi in una certa direzione verso l'isola in modo da abbreviare la distanza tra terra e nave. Intanto, a bordo, si cercava al meglio di tamponare la ferita al braccio del cuoco, posizionando anche lacci emostatici e fasciando al meglio la parte lesa, senza però riuscire a fermare completamente la fuoruscita di sangue e incoraggiando l'infortunato che sbiancato completamente in viso era in panico e quasi al collasso, da terra si sono alzati in volo un aereo di ricognizione e un elicottero per raggiungere la nave e provvedere all'evacuazione dell'infortunato e al suo trasferimento in ospedale dove poter intervenire adeguatamente.

Il Comandante restava sul ponte di comando e dirigeva la nave secondo le istruzioni inviate da terra per il rendez vous fissato, la squadra di pronto soccorso di bordo teneva sotto controllo l'infortunato e lo preparava sulla barella per essere trasportato all'aperto sul ponte principale all'avvicinarsi dell’elicottero. Dopo qualche tempo l'aereo di ricognizione sorvolava la nave e dava direttive all'elicottero per avvicinarsi verso di essa.

Quando anche l'elicottero arrivò in zona il pilota e il comandante della nave concordarono la prora e la velocità che la nave doveva assumere e mantenere per facilitare il tutto. All’arrivo dell’elicottero, due dell’equipaggio, guardia costiera giapponese e personale medico, scesero a bordo della nave, sulla parte sinistra prodiera, tramite cavetto d'acciaio guidato da un verricello da bordo lo stesso elicottero. Una volta a bordo verificarono lo stato dell'infortunato, che nel frattempo era stato trasportato con la barella rigida di bordo dalla cucina alla zona designata, e lo trasferirono su di una barella a cestello fatta scendere dall’elicottero. Tutto ciò mentre il velivolo permaneva quasi statico a una decina di metri di altezza dalla nave e fuori dal suo piano di coperta per evitare il rischio di possibile coinvolgimento con le strutture di bordo.

La barella a cestino con l’infortunato dentro fu quindi virata indietro su l'elicottero e l'infortunato preso in carica da personale medico a bordo. Poi, uno per volta, i due membri della guardia costiera giapponese scesi a bordo per prendersi cura dell'infortunato risalirono sull’elicottero, sempre sospeso in aria, tramite lo stesso cavetto che li aveva portati a bordo. Una volta risaliti tutti, l’elicottero riprese il viaggio e si diresse verso Hokkaido.

Apprendemmo in seguito che il ferito una volta ricoverato in Ospedale nell’isola di Hokkaido i medici lo hanno sottoposto ad intervento. Hanno ricollegato e suturato l’arteria dell'avambraccio tranciata per ripristinare il normale flusso sanguigno e fermare l’emorragia, oltre che riparare anche un tendine tranciato.  Dopo essere stato dimesso dall’ospedale giapponese egli è rientrato in Italia dove ha subito un altro intervento e dopo il dovuto tempo di riabilitazione, è ritornato a navigare».

 

L’incidente fu discusso durante le riunioni di sicurezza su entrambe le navi sociali stabilendo che la causa sarebbe stata l’errore di non indossare il guanto di maglia d'acciaio mentre veniva affilato un coltello e che quindi venne ricordata a tutti gli addetti l’importanza dell’uso di questo oggetto di protezione da usare ogni volta che si affilano coltelli. Inoltre, si è deciso di provvedere la nave con un affilacoltelli professionale elettrico in modo da evitare il più possibile l'uso manuale dell'acciaino. 

Giovannella Galliano


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Il 5 agosto 1990 scomparve in mare la nave greca da carico alla rinfusa Pasithea, a bordo era un equipaggio di 31 persone

 

Storie di navi, di uomini, di carichi ma non sempre sono storie di felici crociere. Questo nuovo appuntamento di Ondaiblea con le storie che colpiscono il cuore vuole essere uno sprono per tutti a volersi raccontare. Sono ricordi che affiorano per caso, altre volte sono tormenti lasciati in fondo all’anima.

 

Abbiamo raccolto una storia di un triste destino toccato ad una nave Pasithea, risalente al 5 agosto 1990: «la Pasithea - Chios, nave da carico alla rinfusa greca di 80000 tonnellate di stazza».

 Ce la racconta Gaetano D’Agostino, Comandante in pensione dal 2010 ma all’epoca comandante in servizio su navi da carico. 

La notte prima della tragedia lui ed il suo equipaggio avevano schivato il terribile tifone Vernon al largo dell’isola giapponese di Honshu, mentre erano diretti a Negishi-Yokohama per scaricare la nave. Nello stesso mare un’altra nave, appunto la greca Pasithea, non aveva avuto la stessa fortuna. La mattina del 5 agosto, alle 6:40, il comandante Gaetano D’Agostino col suo binocolo ha scorto qualcosa in lontananza…

Ed ecco il suo racconto. Un diario di bordo a distanza di 28 anni ma descritto con la stessa lucidità del momento, perché le storie di navi per chi ha un cuore marinaro rimangono là per sempre.


«Era l’alba del 5 Agosto 1990. Come al solito verso le sei del mattino mi ero alzato dal letto, lavato, vestito e preso il caffè che mi ero preparato nel soggiorno del mio appartamento, il giorno precedente e durante la notte eravamo stati sballottati un po’ dal passaggio nelle nostre vicinanze del tifone denominato Vernon. Fortunatamente eravamo riusciti a scansarlo abbastanza bene immettendoci nel suo semicerchio maneggevole (i marinai sanno cosa vuol dire). Verso le 6:40 sono stato chiamato telefonicamente dall’ufficiale di guardia sul ponte, che mi avvisava di aver avvistato in lontananza qualcosa che gli sembrava un relitto o meglio una lancia di salvataggio in mare.

Dissi di avvisare immeidatamente in macchina di ridurre a velocità di manovra e mi apprestai ad andare sul ponte di comando. Navigavamo al largo dell'isola giapponese di Honshu dove eravamo diretti verso il porto di Negishi - Yokohama per la discarica. Navigavamo a circa un centinaio di miglia nautici a nord-est dal porto di Kashima; il mare era lungo, a causa al passaggio del tifone in quell’area il giorno prima. Arrivato sul ponte assunsi il comando di guardia, e cominciai a dare ordini per manovrare la nave e dirigersi lentamente verso un punto del mare che mi veniva indicato dal personale di vedetta.

Preso il binocolo personale, guardai nella direzione che mi indicavano e vidi chiaramente che si trattava di una scialuppa vecchio tipo, di quelle ancora scoperte ormai quasi in completo disuso. Ordinai al Primo Ufficiale di mettere in allerta tutto l’equipaggio e di preparare una delle nostre scialuppe in caso di necessità. Avvicinandoci sempre più al bersaglio in mare, non si notava altro, tutto intorno, nessun segno di persone, assolutamente nulla. Manovrai la nave in modo tale di trovarmi con la scialuppa in mare quasi sottobordo e a nave ferma sull’acqua.

Ci trovavamo esattamente nella posizione “Lat. 36° 09'.4 Nord / Long. 141° 51'.7 Est”. Non c’erano ancora le prodigiose macchine fotografiche digitali, neppure i telefonini con la fotocamera. A bordo avevamo solo due macchine fotografiche Polaroid e sei cartucce per fare foto.  Avvicinandoci alla scialuppa cominciai a fare delle foto, quando ebbi la scialuppa sottobordo riuscii a leggere il nome della nave e il compatimento marittimo della nave cui apparteneva “Pasithea - Chios”, da una veloce ricerca sui libri di bordo venni a conoscenza che si trattava di una nave da carico alla rinfusa greca di 80000 tonnellate di stazza. La lancia in mare si presentava con un grosso squarcio al giardinetto (lato posteriore) destro, non c’era nessun segno di persone nei pressi, né di altro materiale galleggiante.

Come prima cosa ho pensato che la scialuppa fosse stata persa dalla nave a causa cattivo tempo durante il passaggio del tifone il giorno precedente. Però mi pareva strano che non avessimo ricevuto nessun messaggio della nave che l’avrebbe persa, In casi del genere, infatti, si avvertono tutte le navi in zona e le autorità costiere.  Avvisai immediatamente via radio la Guardia Costiera Giapponese  (JCG - Japan Coast Guard) fornendo loro tutte le informazioni in mio possesso,  la posizione geografica dove ci trovavamo, il nome della mia nave, il mio nome e il mio grado a bordo. Dopo circa due minuti dalla trasmissione del messaggio radio, mi chiamarono al telefono. Era il Comando della  Guardia Costiera di Tokyo che mi chiedeva se potessi confermare ciò che avevo scritto nel messaggio radio e quando risposi di sì mi fu detto di restare in zona e cominciare una ricerca accurata, seguendo un certo schema, nell’area di mare attorno la scialuppa e mi informano che alla Pasithea era stata fatta sospendere la discarica di minerale di ferro che aveva in atto e mandata via dal porto di Kashima, dove si stava avvicinando pericolosamente il tifone Vernon e che era dal pomeriggio di ieri che non avevano più notizie ne di lei ne dell'equipaggio.

Avvisai del fatto anche il rappresentante della mia Compagnia e il nostro agente a Yokohama dove ero atteso alle ore 11 del giorno dopo. Avevo ben 5 ore di anticipo e quindi perdere qualche ora di tempo non mi preoccupava più di tanto e poi in casi del genere tutto diventa secondario nei confronti della ricerca in mare in caso di sospetto disastro.  Dopo meno di mezz’ora vidi levarsi in volo verso di noi alcuni elicotteri e un paio di aerei di perlustrazione della JCG, dopo circa altre due ore si avvicinarono anche un paio di motovedette (sempre della JCG), una volta che loro furono sulla scena nei pressi della scialuppa in mare mi dissero che io potevo proseguire il mio viaggio e che avrebbero continuato loro le ricerche del caso.

Il giorno dopo, appena arrivato in porto, il mio agente marittimo e il rappresentante della mia Compagnia venuti a trovarmi mi informarono che non era stato trovato assolutamente niente oltre la scialuppa da me segnalata e che si sospettava che la nave fosse affondata con l’intero equipaggio, possibilmente in pochi minuti durante una virata in mezzo al cattivo tempo causato dal tifone, virata che magari aveva fatto spostare nelle stive il carico parziale che aveva ancora a bordo causandone un equilibrio instabile e un subitaneo capovolgimento con seguente affondamento senza il tempo di poter fare qualcosa. 

A Tokyo, il giorno prima della scomparsa della nave, erano arrivati anche alcuni membri dell’equipaggio che dovevano rimpiazzare altri che andavano in vacanza e la moglie del Comandante che desiderava passare un periodo di ferie a bordo con il marito. Da quel momento non ho mai saputo più niente dell'accaduto, tranne alcune notizie lette sui giornali e l’essere stato contattato circa un paio di settimane dopo via telefono da un familiare, il padre, di un ufficiale della Pasithea che voleva sapere qualcosa di più preciso. Purtroppo io non avevo niente altro da dirgli oltre che a cercare di consolarlo per la scomparsa in mare del figlio.

In seguito, non è mai stato trovato niente altro oltre la scialuppa da me segnalata. La nave è stata dichiarata presumibilmente affondata con tutto il suo carico umano di cui non si è mai più saputo niente. Il viaggio dopo ritornando dall’Alaska e diretti sempre allo stesso posto, i miei ufficiali avevano comprato delle piccole corone di fiori e mi hanno chiesto di passare nuovamente sulla stessa posizione per lanciare in mare quei fiori in memoria dei nostri colleghi greci scomparsi.

 Qualche tempo dopo, alcune delle foto che ho scattato con la Polaroid e due stralci di giornali che riportano in breve la notizia della scomparsa della nave con i suoi 31 componenti dell'equipaggio. 

Altre volte siamo stati coinvolti in altri casi di assistenza in mare a pescherecci o navi in difficoltà, ma mai finiti tragicamente, ma sempre bene e passata la bufera ognuno ha ripreso il suo viaggio.

Di tanto in tanto mi viene in mente che in quell'occasione la Pasithea è scomparsa circa  12 ore prima che noi arrivassimo in quell’area e a circa 200 miglia nautici distante da dove mi trovavo io. Credo che non sia giusto che la gente possa morire così, senza dare ai loro familiari nemmeno la possibilità di piangerne i corpi.
Raccontando questa avventura che tra tante altre ha segnato la mia vita, non vorrei annoiare i lettori ma soltanto farli riflettere sul valore della stessa vita.

Sono certo che se avete letto tutto sino in fondo è perché anche voi avete un cuore».

Il comandante Gaetano D’Agostino attualmente vive a Giarre.Ha solcato i mari di tutto il mondo ma la pensione è arrivata nel gennaio 2010. Dopo la pensione però ha fatto un altro imbarco, navigando fino ad ottobre 2010. Da allora ha lavorato un po’ da indipendente per conto di una società come Ispettore alla Sicurezza (Safety Inspector) facendo ispezioni su navi che operavano a Santa Panagia (Siracusa) e Porto Empedocle (Agrigento) e come Loading Masterresponsabile delle operazioni di trasferimento carico per l’Adriatic LNG sulle navi che scaricano metano sul primo rigassificatore off-shore d'Italia che si trova al largo di Rovigo. Adesso non naviga più, si dedica alla cucina inventando e proponendo piatti i cui sapori abbracciano i porti del mondo, e racconta il suo diario di bordo, come ogni buon marinario.

Riportiamo una foto dell'epoca (ph. FotoFlite) e due delle polaroid originali scattate dal Comandante D'Agostino sul teatro del tragico incidente (1990).

Giovannella Galliano


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Ragusa, 16 novembre 2018 – La Sicilia offre tantissimi paesaggi spettacolari da poter ammirare e che permettono di toccare con mano la storia di questa regione meravigliosa.

 

Per questo Federica Miceli ha deciso di intraprendere questo avventuroso viaggio alla scoperta di alcune delle perle siciliane. Soprattutto si è concentrata nella parte meridionale, quella che per molti è nota come la culla della civiltà.

Tante testimonianze artistiche, patrimoni culturali e molto altro da scoprire in un viaggio letteralmente unico. Un'esperienza che qualsiasi turista potrebbe fare per capire cosa voglia dire effettivamente scoprire la Sicilia meridionale.

Il tour della Sicilia meridionale di Federica è partito da Ragusa, precisamente dall’aeroporto di Comiso. Proprio da qui ha avuto modo di spostarsi verso le varie località grazie ad un’auto a noleggio, in collaborazione con il sito www.tinoleggio.it.

 

Prima Tappa: Ragusa

La prima tappa di questo speciale viaggio nella Sicilia Meridionale non può che essere Ragusa.

La bellezza dei Monti Iblei rende l'atmosfera molto suggestiva. Senza dimenticare la distinzione particolare tra Ragusa Nuova e Ragusa Ibla, la divisione comunemente fatta della città. A collegarle vi è una scalinata storica.

 

Seconda Tappa: Modica

Federica, a pochi km da Ragusa, ha raggiunto Modica. Un autentico gioiello per la Sicilia e non solo: infatti è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. Un posto letteralmente magico anche per via della sua lunga storia legata al cioccolato.

 

Esiste infatti una delle cioccolaterie più antiche del mondo dove gustare prodotti davvero unici.

Oltre a considerare le tante chiese storiche che si trovano a Modica e che vanno visitate.

 

Terza Tappa: Scicli

A 40 minuti da Comiso si trova questa cittadina barocca molto particolare e suggestiva: Scicli. Molto particolare soprattutto perché ci sono alcune attività tradizionali antiche. Basti pensare, ad esempio, ad una delle più antiche farmacie d'Italia.

Federica ha avuto la possibilità di scoprire lo splendore di un posto dove si respira un'aria diversa, immersa nella storia locale.

 

Quarta Tappa: Portopalo di Capo Passero

Si tratta del punto più a meridione dell'intera regione, escluse le isolette. Si caratterizza soprattutto per un clima gradevole in gran parte dell'anno: non bisogna sorprendersi nel vedere in inverno persone in spiaggia.

A pochi passi si trova la spettacolare Isola delle Correnti, un'isola molto bella che si può raggiungere direttamente a piedi godendo di una vista mozzafiato. Si possono vedere le onde del Mar Ionio che si incrociano con quelle del Mediterraneo.

 

Quinta Tappa: Ispica

Nella vicina provincia di Siracusa si trova questo posto ideale per chi ama il tramonto. Infatti qui si ha modo di vedere delle combinazioni cromatiche davvero spettacolari.

Oltre a dover considerare che Ispica è famosa soprattutto per gli amanti del relax, magari all'insegna del buon vino. D'altronde si tratta di uno dei posti migliore dove sorseggiare un bicchiere di vino del posto accompagnato da altri prodotti tipici.

 

Sesta Tappa: Siracusa

La granita di mandorla con la celebre brioche non può che essere la prima cosa da fare per chi vuole visitare Siracusa. Si può poi passare al Duomo di Siracusa che è un luogo particolarmente emozionante in quanto fu tempio di Atena, chiesa bizantina, moschea e ancora molto altro.

Fino ad arrivare a Piazza Archimede dove c'è la Fontana di Diana che da sempre è una grande attrazione. Inoltre è giusto considerare una tappa presso il laboratorio di Flavia Massara, l'unica donna siciliana che prepara la carta papiro.

Senza dimenticare gli arancini e le varie combinazioni di ingredienti che si possono assaporare in questa città spettacolare e dalle mille emozioni.


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Spettacolo teatrale al Centro Studi Feliciano Rossitto di Ragusa

 

 

Ragusa, 15 novembre 2018 – Venerdì 23 novembre 2018, alle ore 21, presso il Centro Studi “Feliciano Rossitto” (Via Ettore Majorana, 5 – Ragusa), in occasione della “Giornata mondiale contro la violenza sulle donne”, si terrà uno spettacolo dal titolo “Stasera parlo Io”.

Ideazione e regia di Alessandro Sparacino e Angelo Abela. La direzione tecnica è curata da Laura Frasca e Mario Lo Bianco.

 

La recitazione è affidata agli attori: Annamaria Abbate, Cinzia Alfano, Maria Luisa Alfano, Daria Batolo, Federica Bisceglia, Giorgia Monica Bisceglia, Ornella Cappello, Ornella Fratantonio, Marisa Gigliotta, Giada Lasagna Liuzzo, Natalina Lotta, Giada Ruggeri, Helga Taormina, con l’amichevole partecipazione in video di Rita Abela

 

Prenotazione obbligatoria.

Info line: 0932.246583 - 338.2427701

 

Giuseppe Nativo

 


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Ragusa, 6 Ottobre 2018 – Fake News e salute, comunicare in sanità. È il tema dell’incontro organizzato dall’Ordine dei Medici di Ragusa e che si terrà il 27 ottobre 2018 presso la sede dell’ordine di Via Nicastro 50, a Ragusa.

Il convegno, voluto fortemente dalla Presidente Rosa Giaquinta, rappresenterà il culmine di una campagna di sensibilizzazione che l’ordine professionale porta avanti da diverso tempo al fine di fare chiarezza rispetto ad alcune news che molto spesso si fanno strada sui social e che tendono a fornire informazioni false sul campo della salute e della medicina. Si tratta di un fenomeno diffuso quale quello di notizie su temi di carattere medico con false soluzioni farmacologiche o interventistiche. Inoltre si valuteranno le informazioni tendenziose su temi di carattere vitale quali quello della prevenzione, vedi vaccini, genetica o malattie di forte impatto emotivo quali quelle oncologiche. Durante l’incontro si proporrà una analisi sociologica ed etica del fenomeno chiamando in causa e alla collaborazione i giornalisti come operatori sui mezzi di comunicazione.

Il Convegno, che vedrà la partecipazione di importanti relatori, è patrocinato anche dall’ordine dei giornalisti di Sicilia ed è valido ai fini dei crediti formativi sia per i giornalisti (consultare la piattaforma Sigef) che per i medici.

È possibile iscriversi entro il 22 di ottobre.

 

Info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.- +39.0932.254640

 


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Siracusa, 8 gennaio 2019 – Si festeggia domani, mercoledì 9 gennaio, l’anniversario della Dedicazione della Chiesa Cattedrale a Siracusa.

Per la ricorrenza la Deputazione della Cappella di Santa Lucia ha stabilito ci sia una solenne esposizione del simulacro di Santa Lucia. Alle ore 7.30 sarà aperta la nicchia che custodisce il simulacro. 

Il programma dell'anniversario della dedicazione prevede alle 17 l'intervento di don Alessandro Genovese che guiderà una meditazione sul tema: "La Chiesa edificio dedicato a Dio, icona della Chiesa corpo crismato di Cristo". 

Alle ore 18 la concelebrazione eucaristica presieduta da mons. Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Siracusa. Al termine della funzione verrà richiusa la nicchia. La preghiera di colletta della liturgia della dedicazione della chiesa cattedrale, nella liturgia ambrosiana, così recita: “Con pietre 

vive ed elette tu edifichi, o Dio, alla tua gloria un tempio eterno; effondi la tua santità sulla nostra cattedrale e fa’ che quanti in essa invocheranno

 il tuo nome sperimentino il conforto della tua protezione”. 

La Cattedrale è segno di ciò che siamo chiamati ad essere noi: Tempio vivente di Dio, capace di far risplendere nel mondo la grazia del Signore 

e di accogliere tutti coloro che sono alla sua ricerca.


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Siracusa, 28 dicembre 2018 – Esposizione straordinaria del simulacro di Santa Lucia. Domani, venerdì 28 dicembre, dalle 7.30 alle 12.30, il simulacro della patrona sarà esposto alla venerazione dei fedeli nella sua cappella nella Chiesa Cattedrale per ricordare il maremoto del 1908 conseguente al terremoto di Messina. 

La Deputazione della Cappella di Santa Lucia ha inoltre reso noto che un mazzo di fiori sarà  posto alle 9.30 nell'edicola votiva di Santa Lucia che si trova al piazzale delle Poste. Sarà Elena Artale, componente della Deputazione della Cappella di Santa Lucia, a donare i fiori alla presenza di mons. Salvatore Marino, parroco della Cattedrale, e del maestro di Cappella Benedetto Ghiurmino. Il pensiero andrà  alla popolazione catanese interessata negli ultimi giorni da un intenso sciame sismico dovuto all’attività  del vulcano Etna. «Come Lucia ci ha progetto preghiamo per i nostri fratelli che si trovano in difficoltà», ha detto mons. Marino.

Le cronache del tempo raccontano che la mattina del 28 dicembre 1908 Siracusa si svegliò sommersa dalle acque che avevano raggiunto il livello dell’attuale piazzale delle Poste riversando le barche ed i gozzi ormeggiati al ponte Umbertino. Venne deciso di portare in pellegrinaggio penitenziale il simulacro della Santa presso le rive per invocare la protezione sulla città. 

Le cronache narrano che le acque iniziarono a placarsi ed il livello del mare intorno a normalità. Nel luogo dove venne fermato il simulacro venne apposta una edicola votiva con all’interno la statua della Santa. Sotto la cappellina venne apposta una lapide marmorea che celebra e ricorda quel giorno.

 

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Superato il cosiddetto periodo dei “morti” ci si preparava a superare quel “periodo di mezzo”, antecedente a quello pre-natalizio, introdotto dal “novenario” dell’Immacolata. Era il periodo più bello in quanto si era catapultati, con la sana ed ingenua dolcezza di una volta, in un’atmosfera festiva il cui prologo era la consueta preparazione del presepe. Era come pianificare un’opera d’arte. Dal muschio ai ruscelli, dalle montagne agli sterrati e tortuosi sentieri, dalle capanne e botteghe alle statuette da disporre in modo spontaneo ma nella giusta postazione in base alle attività professionali rappresentate, non sempre fedeli ai luoghi e al tempo che vedevano la nascita di Gesù.

Tutto doveva avere un ordine quasi pre-costituito. Gli ultimi ritocchi erano fatti sistemando le luci intermittenti in modo tale da far entrare ciascuna “lucetta” in ogni casupola o grotta. I pastori, rappresentanti del ceto più semplice nonché destinatari privilegiati della buona novella, erano i protagonisti assoluti dopo, naturalmente, la “sacra famiglia” collocata, per consuetudine, in compagnia del bue e l’asinello. A cornice di tale impianto scenico – studiato fin nei minimi particolari dalla nonna - erano talora posti, quasi a delimitare i confini della zona presepe, un cospicuo numero di cioccolatini dalle variegate forme, colori e sapori.

L’apertura iniziale della scatola contenente i pezzi da disporre costituiva quasi un piacevole rito a cui nessuno della famiglia si sottraeva per la possibilità non solo di carpire i segreti della preparazione ma anche per dare eventuali suggerimenti o diventare promotore per l’acquisto di nuovi “personaggi”. Tutto si svolgeva con i tempi dovuti e necessari per la messa in opera di tutti i pezzi. Non potevano mancare “u ricuttaru”, “u furnaru”, “u cacciaturi” (il rivenditore di ricotta; il fornaio; il cacciatore). Ma anche pastorelli identificabili per l’atteggiamento: “u spavintatu” (chi prova spavento), l’arrotino, il barbiere e colui il quale ripara i piatti rotti. Un mondo a sé, ricreato in spazi angusti o che poteva occupare intere stanze della casa. Oggi di quel mondo, forse, è rimasto poco. Tuttavia, resiste la tradizione dei presepi, in particolare laddove è forte il legame con le tradizioni. 

Giuseppe Nativo

 


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Nel 1968 il panorama mondiale si presenta ricco di speranze e, al contempo, carico di problemi. In Europa i movimenti di rivoluzione studentesca cercano di rinnovare la società e in vari Paesi del mondo crescono movimenti di protesta. Nel continente latino-americano il Brasile si trova immerso in una crudele dittatura militare. In Argentina i “sacerdoti per il Terzo mondo” sono combattuti dai militari e malvisti dalla gerarchia ecclesiastica. Nel 1966 in Colombia i militari avevano assassinato Camilo Torres e l’anno dopo in Bolivia era stato ucciso Che Guevara. È questo l’orizzonte in cui si celebra, dal 18 al 25 agosto 1968, a Bogotà (Colombia) il 39° Congresso Eucaristico Internazionale.

Anche la città di Ragusa partecipa ai lavori del congresso con una delegazione di cui fa parte il dinamico parroco cappuccino della Sacra Famiglia, Padre Gregorio Lantieri da Palazzolo.

Si tratta, come riportato dal quotidiano “La Sicilia”, in cronaca di Ragusa, sabato 17 agosto 1968 (pag. 6), di una “nuova missione” che consentirà al frate “di condurre una indagine sulle condizioni religiose-sociali di questa parte tormentata dell’America”. Il vulcanico Padre Gregorio non è nuovo a queste incombenze in quanto l’anno precedente aveva fatto parte “di una delegazione in visita in Russia” soggiornando alcune settimane anche a Mosca dove aveva avuto modo “di conoscere da vicino le condizioni di vita del popolo sovietico con particolare riguardo alla sua evoluzione anche in campo religioso dopo gli ultimi fermenti” in parte frenati dal particolare regime politico. L’instancabile attività di Padre Gregorio si era già estrinsecata nel suo “giro attorno al mondo”, dopo essere stato in Asia, India, Venezuela, Australia, Stati Uniti. Al suo rientro da Bogotà “la Chiesa di via Archimede (Sacra Famiglia) – conclude l’articolo - verrà arricchita da una nuova opera d’arte”, ovvero quell’altorilievo in legno, che ormai tutti i ragusani conoscono, raffigurante la “Sacra Famiglia”.

Reca la data del 21 agosto 1960 il decreto di erezione della chiesa “Sacra Famiglia” a parrocchia. Per l’intera comunità ragusana è un momento importante suggellato dalla presenza, tra gli altri, dell’allora vescovo (mons. Francesco Pennisi), Padre Gregorio da Palazzolo (vicario parrocchiale), Padre Ferdinando da Sortino (provinciale), Carmelo Pisana (sindaco).

In quella caldissima giornata agostana è cospicuo il numero di fedeli che segue la cerimonia e gremisce la chiesa. Il vescovo Pennisi celebra la S. Messa e dopo aver raccolto il giuramento dà il possesso canonico a Padre Gregorio. “Il novello parroco – recita il numero unico di una pubblicazione parrocchiale editata nel 1965 – riceve la stola, prende possesso del confessionale e dalla balaustra tiene il suo discorso”. E’ molto emozionato in quanto il 21 agosto ricorre il giorno della sua ordinazione sacerdotale. Dal quel momento le sue omelie, le sue riflessioni teologiche, i suoi consigli, sono seguiti da parecchia gente proveniente anche da “fuori” parrocchia.

Nell’ottobre 1959 Padre Gregorio aveva ricevuto dai padri Superiori il compito di preparare la “nuova” parrocchia dei PP. Cappuccini in via Archimede. E’ con la festa di Cristo Re che è ufficialmente riaperto il culto nel tempio chiuso fin dal 1951, quando l’allora Superiore chiudeva il Convento di Via Archimede, trasferendo la Comunità in Piazza Sammito (oggi Piazza Cappuccini) e dando lo stabile in affitto alla Questura.

A Padre Gregorio si deve il completamento della chiesa e la costruzione della seconda ala del convento. Con la sua instancabile ed intensa attività pastorale dà impulso non solo a varie attività religiose, ricreative e assistenziali, ma anche ad importanti modifiche che hanno reso la parrocchia attraente e ricca di opere d’arte moderna. 

 

“Il Focolare”, notiziario mensile di Padre Gregorio

– “Padre Gregorio è stata una persona con una sensibilità umana e una intelligenza non comune”, così lo descrive Paolo Bozzaro (oggi psicoterapeuta in territorio etneo) all’epoca giovane studente universitario collaboratore del notiziario mensile “Il Focolare” che pubblicizzava le attività culturali e pastorali del Centro Sociale e che proponeva saltuariamente spunti di riflessione su temi ambientali, sociali e familiari. La redazione era curata dall’attivo e simpatico Padre Gregorio. “L’ho incontrato a Ragusa nel 1974 nell’ambito della mia prima esperienza di collaborazione giornalistica al notiziario. Padre Gregorio mi diede un 'credito di fiducia e di stima' così immediato e ampio, fin dai nostri primi contatti, che in un certo senso mi meravigliò e disorientò! Gli mandai così degli articoli per ‘Il Focolare’, che la mia 'arroganza' giovanile riteneva 'fortemente provocatori' (per il pubblico 'tradizionalista' del suo giornale), che lui puntualmente pubblicò senza alcuna esitazione né commento”.

 

Come lo ricorda?

– “Aveva una visione molto più ampia e meno 'clericale' dell'abito che indossava e questo nel tempo mi fece apprezzare ancora di più la sua persona e la sua attività religiosa, caratterizzata da una attenzione costante alla dimensione antropologica, psicologica e sociale dell'esistenza umana, in sintonia con le aperture promosse all'interno della chiesa dal Concilio Vaticano II. Poter parlare di 'aborto' o di una lettura 'laica' dei vangeli (attraverso i testi di De Andrè) o di 'compromesso storico' su un 'giornale cattolico di provincia', mi sembrò allora un atto di coraggio e di apertura, del quale solo un tipo come padre Gregorio poteva essere in grado di assumersene la responsabilità con una 'disinvoltura' francescana disarmante. E di questo gliene sono stato grato a vita”.

Bozzaro seguiva “a distanza” (abitando a Catania) le attività del consultorio familiare che Padre Gregorio aveva aperto a Ragusa e le numerose iniziative che promuoveva nell'ambito della parrocchia Sacra Famiglia, ma “ne condividevo lo spirito e l’impronta essendo anch'io, come psicologo, impegnato nella promozione della rete dei primi consultori familiari, avviati in Sicilia proprio in quegli anni”. 

Giuseppe Nativo


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Scicli, 22 Maggio 2018 – Non poteva non essere sabato 26 maggio, il giorno in cui Scicli festeggia la sua Vergine guerriera, quello scelto da Tanit Scicli per rimettersi in cammino e portare sciclitani e viaggiatori alla scoperta di tesori d’arte e fede Sulle Orme di Maria. 

Il secondo appuntamento annuale con i Cammini Sacri di Tanit, promossi all’interno del circuito regionale di Vie Sacre Sicilia, è, infatti, un itinerario affascinante, tracciato in una città profondamente mariana come Scicli, nella quale si trovano numerosi edifici e testimonianze artistiche dedicate al culto della Vergine Maria, venerata e pregata in tutte le manifestazioni del ciclo mariano, profondamente presenti nelle fede locale. 

L’itinerario, snodandosi fra viuzze medievali e grandi spazi barocchi, farà scoprire le chiese di San Giovanni Evangelista, la Matrice, di San Bartolomeo, della Madonna del Carmine, di Santa Maria la Nova, nelle quali simulacri, dipinti, bassorilievi raccontano di una fede mai estinta e sempre viva.

Raduno e partenza sabato 26 maggio alle ore 10.00 presso il Museo dell’Antica Farmacia Cartia.

 

Vincenzo Burragato

 

Per informazioni e prenotazioni, Associazione Culturale Tanit Scicli: +39.338.8614973 -  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 


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«Nel cinema non esistono “originali”, tutte le copie di un film sono uguali, e nonostante questo accade una magia: a ogni visione il film cambia, perché siamo cambiati noi».

(Alessandro Avataneo, regista cinematografico e teatrale, docente di cinema e storytelling alla Scuola Holden di Torino)

 

La crisi del Cinema è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, a parere di chi scrive (facente già parte della cosiddetta “vecchia generazione”) il Cinema riveste ancora un “fascino” particolare. Questo, forse, è un giudizio di parte in quanto appassionato della settima arte. 

 

E’ veramente così? Abbiamo girato il quesito ad Alessandro Avataneo, regista cinematografico e teatrale. «A tutt’oggi, il Cinema rappresenta l’esperienza narrativa più potente, completa e accessibile, anche se questo primato si esaurirà in pochi anni, forse venti o trenta, quando il cinema, probabilmente, verrà sostituito da una forma ibrida di film interattivo e videogame. Ciò consentirà allo spettatore di essere protagonista di una realtà alternativa, indistinguibile dalla nostra e personalizzabile secondo una serie di parametri e gusti individuali che consentiranno ai più “drogati” di narrazione tra noi di restare immersi nel mondo virtuale e interagire da lì con il mondo reale, e magari guadagnare palate di soldi passando la vita a “giocare” – cosa che peraltro già accade oggi, se pensiamo al fenomeno degli influencer digitali».

Il buio della sala attira ancora?

«Nel buio della sala cinematografica subiamo una mutazione temporanea: entriamo in una specie di letargo, di intorpidimento dei sensi, e viviamo un sogno che si connette con gli strati più profondi della nostra fantasia e del nostro inconscio, fino a incidere il nostro immaginario in maniera indelebile».

Ciò accade con i libri, ma nella lettura è più faticoso, perché il nostro cervello deve tradurre le parole in immagini, suoni e azioni, mentre nel cinema è tutto lì, proiettato sullo schermo e immaginato per noi.

«Certo. Questo non vuol dire che al cinema siamo spettatori passivi, anzi, il nostro cervello ha molte informazioni in più da assorbire e su cui lavorare, ma in una situazione – il più delle volte – di piacevole abbandono e non di sforzo intellettuale. Questo accade tramite un complesso meccanismo di segni, gesti e codici cinematografici che prendono il nome di “messinscena”. Possiamo tranquillamente dire che noi siamo, per associazione e per contrasto, non solo il risultato delle nostre esperienze reali, ma anche di quelle immaginarie, cioè quelle che derivano da tutti gli oggetti narrativi che abbiamo amato e che ci hanno influenzato».

Il cinema, dunque, è l’esperienza più completa perché racchiude in sé tutte le arti, precedenti e posteriori alla sua invenzione. Nel cinema contemporaneo cosa troviamo?

«Troviamo le stesse meccaniche della letteratura, del teatro, della serialità e del videogame. L’arte propria del cinema, il montaggio, da quando esiste il cinema ha influenzato tutte le altre arti. Anche la musica, la pittura e la fotografia hanno influenzato il cinema e successivamente ne sono state condizionate. Essendo una struttura complessa fondata sul movimento, il cinema è anche danza, architettura, scultura, e da quando esiste il cinema anche i libri sono diventati via via più “cinematografici”, cioè più immersivi e coinvolgenti per il pubblico di massa. Basta considerare il fatto che i grandi best seller di oggi, cioè i libri che vendono globalmente più di 100 milioni di copie, sono scritti con tecniche cinematografiche; sono cioè, salvo rare eccezioni, esperienze cinematografiche scritte su carta». 

Cosa ci può dire sull’esperienza narrativa cinematografica?

«Il cinema è l’esperienza narrativa più accessibile, perché richiede meno tempo di un libro per essere vissuta. C’è da dire, inoltre, che nel cinema non esistono “originali”, tutte le copie di un film sono uguali, e nonostante questo accade una magia: a ogni visione il film cambia, perché siamo cambiati noi. Se provate a rivedere un film più volte, ritroverete sempre voi stessi, ma non solo. Ci sarà sempre qualcosa in più o in meno. Perché il Cinema è una scultura del Tempo, come diceva Tarkovsky, ma si può aggiungere che non solo scolpisce il tempo dei film così come immaginati dai loro autori, ma anche il nostro».

Allora perché si registra una crisi galoppante nel Cinema?

«Nonostante tutti questi pregi, la crisi nel cinema come spettacolo collettivo è irreversibile e ha radici lontane. Contrariamente a ciò che si pensa, non è un fenomeno recente. Il Cinema come spettacolo di massa è in crisi da quando esiste la TV, cioè dalla fine degli anni ‘30. Negli anni ‘40 il 75% della gente andava al cinema una volta alla settimana, oggi siamo al 4%, e più della metà della popolazione va al cinema meno di una volta al mese. Questo passaggio da intrattenimento collettivo a intrattenimento individuale riflette l’affermarsi progressivo dell’individualismo di massa, che ha cancellato il concetto di società e di industria novecenteschi, cioè le due categorie da cui e per cui è nato il cinema».

Quindi un fattore economico e sociale?

«Non solo. C’è anche un fattore antropologico: in buona sostanza, i film non ci bastano più. Il concetto cardine che spiega non solo l’intrattenimento, ma la realtà di oggi, cioè come funzioniamo noi umani, è quello di “universo narrativo”. Molti di noi oggi preferiscono restare immersi dentro gli universi narrativi che amano il più a lungo possibile, o per coltivare una versione alternativa di sé stessi sui social network, o per vivere altre vite oltre all’unica che hanno».

Quali sono questi universi narrativi?

«Sono quelli basati sui nostri gusti, da Harry Potter a The Walking Dead al Trono di Spade a Westworld, e veniamo catalogati in base ai nostri gusti da algoritmi che decidono cosa si deve produrre a livello globale. Le imprese operanti nella distribuzione via internet di film, serie televisive e altri contenuti d’intrattenimento funzionano così. Vanno a catalogare l’umanità in circa duemila nicchie di consumatori e, sulla base della dimensione e dei comportamenti di questi gruppi, stabilire quali film e serie produrre e quanto investire per ciascuna di esse. Le serie stanno ai film come il racconto sta al romanzo. Il filosofo tedesco Walter Benjamin aveva analizzato, nel suo saggio sulla narrazione del 1936, come la narrazione intesa nella sua forma più antica, cioè quella di racconto orale, fosse stata soppiantata dal romanzo e dall’informazione, per una serie di fattori tecnologici: invenzione della stampa e dei mezzi di comunicazione di massa. Questo aveva “ucciso” l’essenza della narrazione come mezzo primario per tramandare l’esperienza. Oggi assistiamo a una trasformazione analoga: la rivoluzione digitale sta “uccidendo” il cinema così come lo abbiamo conosciuto nel ‘900, cioè come specchio di un secolo».

Cosa accadrà nei prossimi anni? Riuscirà il cinema a adattarsi a questo nuovo mondo, oppure sarà per pochi eletti?

«Non è ancora detta l’ultima parola, ma possiamo osservare qual è la tendenza degli ultimi anni a livello globale: produrre film di genere seriali sempre più grandi e costosi per le masse e piccoli film sempre meno costosi, per nicchie sempre più piccole di spettatori cinefili e colti. Manca completamente la via di mezzo. Tutto lo spazio di sperimentazione che va dagli anni ’40 agli anni ’70 non esiste più. Significa che nell’ecosistema attuale autori come Fellini, Antonioni, Bergman, Orson Welles o Tarkovsky non riuscirebbero a produrre nemmeno un cortometraggio. C’è chi dice che lo spazio di sperimentazione si sia spostato alle serie TV, ma è vero solo fino a un certo punto, poiché questi investimenti devono rispondere necessariamente a studi e proiezioni basati su algoritmi che calcolano il rischio sulla base dei gusti del pubblico».

Il cinema fa quindi fatica a trovare i suoi nuovi autori.

«In Europa, per realizzare un’opera prima, ci vogliono anni di sviluppo, e molti film non trovano una distribuzione e non riescono ad arrivare a un pubblico che, per quanto piccolo, ancora esiste e cerca originalità e innovazione, non standardizzazione o remix di formule trite e ritrite. Se quindi da un lato le grandi piattaforme di film on line danno accesso a una grande quantità di contenuti, dall’altro, paradossalmente, riducono la possibilità di scoprire nuovi autori al di fuori della nostra limitata sfera di preferenze. Questo appiattimento è diseducativo per il pubblico, al quale film di maestri come Antonioni o Sokurov saranno sempre più inaccessibili. I giovani autori con una voce originale dovranno adeguarsi a logiche di mercato dettate da multinazionali e cercare di esprimersi entro i confini del nuovo impero digitale». 

Giuseppe Nativo 

 

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Alessandro Avataneo è un autore, produttore e regista cinematografico e teatrale. Laureato in Relazioni Internazionali con master in Storytelling, Performing Arts e Digital Entertainment, ha lavorato in più di 30 Paesi tra Europa, Stati Uniti e Giappone realizzando film, documentari, musical, format televisivi, videoclip, installazioni artistiche e di realtà virtuale. Ha pubblicato il romanzo Una storia delle colline nel 2009 e il primo Atlante del Vino Italiano nel 2015, scritto insieme a Vittorio Manganelli (enologo). Consulente dei governi italiano e olandese su progetti di tutela del patrimonio materiale e immateriale, ha curato negli anni numerosi eventi all’interno di siti UNESCO, gli allestimenti della Biennale di Architettura 2010 in Olanda e il dossier per la candidatura di Maastricht a Capitale europea della Cultura nel 2018. Insegna cinema e storytelling alla Scuola Holden di Torino.

 


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Entrare in una sala cinematografica un tempo richiamava non solo l’attenzione – rivolta a sapere che film era proiettato in quella serata – ma stimolava i sensi perché talora incuriosiva il titolo o la trama, anticipata, qualche settimana prima e in maniera molto sintetica, dai rotocalchi.

Oggi la situazione sembrerebbe cambiata, soprattutto per gli incassi al botteghino e per le presenze in sala sempre più ridotte. Sulla base dei dati statistici raccolti da Cinetel il 2017 ha fatto registrare dati non molto confortanti. Sembra che ciò sia dovuto a quella fase definita “di transizione” legata a nuove norme sul cinema i cui decreti attuativi sono arrivati a fine 2017. Ciò avrebbe inciso, in maniera significativa, sulla pianificazione dei film in sala perché molti operatori del settore sono rimasti in attesa di capire come muoversi.

Sarebbe necessario valutare la possibilità di promuovere iniziative volte a facilitare non solo il recupero del Cinema, ma anche del suo appeal con gli spettatori.

La lettura dei dati del circuito Cinetel si rivela poco confortante: l’intervallo di tempo che va dal 22 al 25 novembre ha fatto registrare un decremento pari al 4,17 per cento rispetto allo stesso periodo del 2017. Tale tendenza sembra proseguire toccando numerose città. Anche il territorio della Sicilia non è immune dalla problematica. A tale proposito si è avuto modo di contattare Marco, che svolge la sua quotidiana attività lavorativa come collaboratore nella gestione di una rinomata sala cinematografica in zona iblea. La sua esperienza, ormai pluriennale, gli consente di esternare alcune riflessioni che possono aiutare a comprendere cosa sta accadendo al comparto.

«Il percorso di disintegrazione degli esercizi cinematografici è già in atto. La fruizione del cinema on line è in forte ascesa. Sono numerosi i siti e le applicazioni per computer, smartphone e tablet che offrono a prezzo da sala cinematografica la possibilità di vedere dei film usciti in sala appena qualche mese prima. Come se ciò non bastasse alcuni produttori hanno scelto di optare per una distribuzione dei film che possa bypassare il consueto passaggio dalla sala cinematografica. È questo il vero terreno di scontro tra gli esercenti cinematografici e i colossi della distribuzione on line. Basti pensare che per la prima volta il film premiato con il Leone d'oro a Venezia Roma di Alfonso Cuaron non avrà un passaggio in sala così come è stato per il film denuncia sulla storia di Stefano Cucchi. Si consideri ancora la crescita esponenziale delle serie tv, su cui da qualche tempo si concentrano i maggiori sforzi dell’industria cinematografica, che sono sicuramente più redditizie delle produzioni da grande schermo e che consentono una diffusione più capillare direttamente a casa dello spettatore. Si aggiunga a questo la diffusione difficilmente arginabile dello streaming illegale che vede come principali fruitori soprattutto i giovanissimi.

D’altro canto, a fronte di un calo vistoso degli incassi, l’avvento del digitale ha comportato un aumento sproporzionato dei costi per gli esercenti e una riduzione dei costi per i distributori che però continuano a imporre condizioni estremamente gravose per il noleggio dei film. A lungo andare questa situazione non potrà che consolidarsi a sfavore delle sale. A mio parere, non sono lontani i tempi in cui il cinema farà a meno delle sale e gli spettatori potranno usufruire del mezzo cinematografico esclusivamente su pc, tablet o smartphone pagandolo comodamente con la propria carta di credito. Il cinema perderà il suo primato a favore del web e tutto diventerà immediatamente fruibile a basso costo e comodamente seduti a casa propria». 

Giuseppe Nativo


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Ragusa, 12 novembre 2018 – Una versatile Lella Costa ha intrattenuto il pubblico del teatro Donnafugata con la messa in scena dell'appassionante rubrica “Lettere del cuore” di Natalia Aspesi che su Il venerdì di Repubblica ha ottenuto per 25 anni i consensi degli assidui lettori.  

Lo spettacolo è inserito nella Stagione Teatrale del Donnafugata di Ibla, professionalmente diretta dalle sorelle Vicky e Costanza Diquattro e da Clorinda Arezzo.  Stasera si replica e visto il consenso di pubblico di ieri sera, anche oggi sarà un successo. Il nome di Lella Costa ha sicuramente attirato parecchio pubblico, riconoscendole doti attoriali di indiscussa professionalità sia a teatro che come doppiatrice, La sua sicurezza scenica fa sì che per ore si possa stare ad ascoltarla senza mai annoiarsi ed i suoi numerosi successi in giro per l’Italia ne sono una valida testimonianza. Lo spettacolo, nato da un’idea di Aldo Balzanelli e della stessa Lella Costa, si avvale delle musiche di Ornella Vanoni, ed è un vero e proprio ritratto di un intero Paese. Un viaggio attraverso la vita sentimentale e sessuale degli italiani nel corso degli ultimi trent’anni che Lella Costa sa mettere in luce con ironia e intelligenza. I tradimenti, le trasgressioni, le paure, i pregiudizi.

Migliaia di storie intorno all’amore e alla passione che, incredibilmente, non cambiano con il passare dei decenni e l’evoluzione del costume. Centinaia di lettere consolatorie, ma mai banali. Argute, a volte taglienti, ma comunque rispettose. L’attrice ha saputo calarsi nei panni dei personaggi in cerca di risposte imitandone l’inflessione dialettale della regione di appartenenza e quindi dando loro quell’umanità che la carta stampata a volte non può dare poiché non ne riproduce la voce. Le figure che si sono alternate sul palco, quasi si fossero decisamente materializzati, portano i nomi più svariati poiché così si sono firmati nelle loro lettere.  Esilarante la lettera di una donna veneta, rimasta vedova che tra le altre cose scrive: “Ho ritrovato i vecchi amici che a lui non piacevano, vesto come mi piace e mi tingo anche le unghie di rosso che a lui non piacevano. E il dolore per l’abbandono? Niente. Ma allora che razza di amore era il mio se il dopo è così lieve?” E poi c’è chi si è perso l’amante dietro la saracinesca del suo garage, alcova che ogni 15 giorni soddisfaceva i suoi piaceri  alla ricerca della felicità..un “amore” basato su sms , causa  poi della fine del  rapporto poiché l’ultimo erroneamente il protagonista,   Giuseppe di Udine,  l’aveva inviato alla moglie;  qualche altro si è chiesto quanto amore ci fosse in un rapporto a distanza , un altro ha ritrovato il suo primo amore nella maturità e ha continuato a chiamarlo intrattenendo una relazione puramente telefonica chiedendosi se smettere o continuare.

Le donne, invece, sono quelle che nelle loro lettere hanno puntato molto alle conferme sul loro aspetto poco significante o altre, appena sedicenni hanno confessato di stare con più ragazzi contemporaneamente, altre trentenni di essersi invaghite di personaggi famosi tra cui Claudio Baglioni e poi anche Jhonny Depp. Molto belle anche le lettere di ragazzi gay o altri che pur essendo etero si erano invaghiti di transessuali o donne innamorate di Gianna Nannini…

Insomma una carrellata di personaggi tutti diversi gli uni dagli altri ma con l’unica caratteristica comune di rivolgersi alla bravissima Natalia Aspesi che col suo garbo e la sua arguzia, e con  la sua ironia sottile è riuscita a consolare i consolabili e a tener testa a chi a volte l’ha duramente criticata per la sua rubrica accusandola di correggere le lettere dei lettori prima di pubblicarle poiché in esse era praticamente assente ogni errore di sintassi o grammaticale.

Lella Costa è stata gli uni e l’altra, Natalia, prestando la sua inconfondibile voce ai vari personaggi resi sicuramente più reali e meno invisibili dietro quella penna che ha dato libero sfogo alle loro confessioni più intime, raccontandosi come dallo psicanalista.  Lella Costa ha faticato per scegliere un certo numero di lettere tra le numerose affidatele da Natalia Aspesi per raccontare questa Italia, intrisa di numerosi perché, sentimenti, gioie e dolori.

Le canzoni della Vanoni hanno piacevolmente intervallato la lettura e anche lei come per magia si è materializzata in quel palco in cui l’attrice Lella Costa davanti a quel leggio ha saputo dar voce a quelle centinaia di lettere in cui spesso “la risposta si è rivelata migliore delle domande”.

Un omaggio alla sua amica di sempre, Natalia Aspesi che per 25 anni ha saputo tenere una rubrica con la professionalità giornalistica che le appartiene.

Giovannella Galliano


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Ragusa, 31 ottobre 2018 – Strike Band (band rockabilly ragusana) spicca il volo al di là delle Alpi. Da febbraio 2019, infatti, sarà nei maggiori stati europei per una tournée che toccherà i festival Internazionali: Francia, Svizzera, Belgio, Ungheria, Germania.

Sempre on the road dal 2008, anno della sua formazione, la band ha già 7 album in attivoe numerosi successi in giro per l’Italia.Questo èsicuramente un altro dei tanti importanti consensi che la band ragusana annoveranel suo curriculum dopo aver collezionato ben 1200 live in tutta Italia portando il loro modo di fare musica americana anni ’50 nei più bei Festival, Clubs e contest Nazionali e internazionali come: Summer Jamboree (Senigallia), Vintage Roots Festival (Inzago), Good Rockin' Tonight (Francia), Bethune Retro (Francia), Sun Rock (Piacenza), Come On In (Pesaro), Freed Home Day (Treviso), Roma Vintage, Erchie Rock'n'roll Festival, Custom Party (Atessa), Summer Vintage, Maverik Rock'n'Roll Festival, Elvis Day (Treviso), solo per citarne alcuni.

La partecipazione a festival prestigiosi europei corona la carriera di questa gloriosa band tutta sicula ma soprattutto ragusana. I loro concerti registrano sempre un il “tutto esaurito” ovunque con grande partecipazione di pubblico che si lascia trascinare dai ritmi accattivanti del primitivo rock and roll americano degli anni 50 in cui il boogie woogie, il country e il jazz si fondono al bluegrass per dar vita ad una serata decisamente scoppiettante alla maniera Rockabilly.

A Ragusa abbiamo avuto modo di costatare tutto questo a settembre in Piazza Libertà in occasione della manifestazione Birrocco. Una piazza gremita ed in movimento ha dato ancora conferma di quanto questa band sia particolarmente apprezzata per le capacità professionali dei suoi componenti.

A giorni la band rockabilly partirà per vari live in Italia: il 2 novembre sarà al Terminal di Macerata, il 3 novembre al Be Vintage di Pesaro ed il 4 sarà a Brescia dove si esibirà al Blues club restaurant “Stranpalato”.

 Giulio Cascone, Mirko Narzisi Salvatore Lissandrello e Rocco Boccadifuoco sono sicuramente dei ragazzi che meritano questo grande salto dopo 10 anni di grande lavoro e suonare in Europa li rafforzerà maggiormente poiché avranno la possibilità di confrontarsi con altre realtà musicali internazionali.

Queste le date e gli Stati in cui si esibirà la Strike Band nel 2019:

  • 23 Febbraio Pre - Festival "Good Rockin Tonight " Attignat, Francia
  • 20 Aprile “Roxy Bar 50'S Diner ” Kreuzlingen , Svizzera
  • 3 Maggio “Rock ‘n’ roll City Jamboree ”Donaueschingen, Germania
  • 28 - 29- 30 Giugno “Viva Polinguen 'n' Roll “Les Pouliguen, Francia
  • 20 Luglio Lago Di Balaton, Ungheria
  • 30 Agosto e 1° Settembre “International Vintage Festival” Liège, Belgio

Ad Maiora! i presupposti per volare ancora più in alto ci sono davvero tutti.

Giovannella Galliano


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Noto, 6 settembre 2018 – Si concluderà domani sera a Noto la quinta edizione del Festival internazionale della chitarra “Tiempo de guitarras”, che si sta svolgendo a palazzo Nicolaci ed è promossa dall’associazione “Musica e arte”, guidata da Nello Alessi, in collaborazione con il Comune di Noto.

Una rassegna che ogni anno riunisce tanti musicisti e che si rinnova con successo. “Un’edizione importante – sottolinea Nello Alessi – caratterizzata dalla grande novità di quest’anno di non dare il programma di sala di ogni concerto, e questo ha permesso ad ogni artista di raccontarsi attraverso la sua musica. Due esibizioni a sera quest’anno, un’altra novità, che ha riscosso successo. E adesso pensiamo già alla prossima edizione”. Uno sguardo, quindi, al futuro, partendo dai risultati di questa edizione. E domani sera la serata conclusiva sarà caratterizzata dal concerto di Matteo Mela, chitarrista italiano tra i più attivi sulla scena internazionale, che punta alla ricerca e alla scoperta anche della musica contemporanea. Il concerto vedrà anche la partecipazione di Nello Alessi e Drew Henderson. 

La settimana di concerti è stata caratterizzata dall’apertura con “100 chitarre per Noto” direttore Vito Nicola Paradiso e solisti Alfredo Durso e Simone Alessi, concerto con l’esibizione di musicisti esperti e giovani al loro debutto, che si è svolto davanti la scalinata della cattedrale. Tra le altre esibizioni anche quella di Adriano Del Sal, Vincenzo Zecca e il duo di chitarra Alessi – Cafagna, il duo di chitarre Camelia – Tornello, Francesco Scelzo. Stasera spazio a Francesco Emmanuele e Aldo Popolano, Drew Henderson. Durante questi giorni c’è stato anche spazio per la formazione con le masterclass per i giovani musicisti. Appuntamento, quindi, a stasera e a domani sera alle 21,15 a palazzo Nicolaci.


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Ragusa, 16 luglio 2018 – Nei files allegati il programma di Cinestate 2018 (27ª edizione), la serie di film che saranno proiettati, a cura del Cinema Golden, al Cine-Arena-Teatro “Giardino d’Estate”, a Casuzze in Piazza Favorita, dal 20 luglio al 2 settembre 2018.


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Ragusa, 8 maggio 2018 – Patrocinio gratuito per la proiezione, da parte di  Soroptmist  club Ragusa e Vittoria per il film  “Pertini-Il combattente” in programmazione al Cinema Lumiére di via Archimede. 

Presenti lunedì in sala  per la proiezione del film la presidente del club di Ragusa  Antonella Rollo e le socie.  L’idea del patrocinio gratuito per la proiezione viene sia dalla presidente che da Carlotta Schininà, socia del club  di Ragusa e socia di produzione del film che è prodotto da Gloria Giorgianni per ANELE.  

Il film è stato realizzato da Graziano Diana e Giancarlo De Cataldo  dal cui libro è tratta questa pellicola.  Ricordiamo che per ANELE, il regista Graziano Diana, che collabora abitualmente con Simona Izzo e Ricky Tognazzi,  ha scritto anche le sceneggiature sul docu-film su Vittorio Accorsi e Piersanti Mattarella, per il ciclo “Nel nome del popolo italiano”.  Inizialmente Diana e De Cataldo in collaborazione con Mario Almerighi, presidente dell’Associazione Pertini e magistrato, volevano fare una mini fiction di due puntate per la TV. 

L’idea non si concretizzò mai per la scomparsa di Almerighi.  Riprendere l’argomento è stata la prerogativa di questo film in cui lo stesso magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo funge da narratore, nonché da intervistatore delle varie figure politiche e non che hanno avuto un ricordo indelebile del presidente Sandro Pertini. Il film è corredato da documenti originali e da animazioni. 

La prima domanda che De Cataldo si è posto nel suo libro è come raccontare la figura di Sandro Pertini, uomo che ha attraversato da protagonista tutte le stagioni del ‘900 italiano. E rispondere a  questa e ad altre domande è la sua sfida principale. Tra i suoi quesiti c’è anche quella di come cercare di spiegare la vita di un uomo così grande e popolare a suo figlio tredicenne. E l’obbiettivo del film e della casa di produzione ANELE,  è proprio quello di parlare ai giovani, raccontare loro quest’uomo nella sua  grandezza attraverso una raccolta di testimonianze, di documenti fornite dall’istituto Luce e anche delle figure animate,  usando un linguaggio POP, così come lo è stato Pertini del resto, uomo frizzante che si è avvicinato al popolo più di qualunque altro politico. 

La colonna sonora del film è di Pasquale Catalano ma durante il film non mancano brani di artisti di generi diversi  nelle cui strofe viene nominato  il presidente Pertini. Tra questi i noti  Toto Cutugno, Antonello Venditti,  Raphael Gualazzi ed altri ancora.  Il film è stato preceduto dal saluto della presidente del Soroptmist club di Ragusa Antonella Rollo e dall’intervento di Carlotta Schininà per ANELE. 

Presenti in sala alcune socie del club di Vittoria tra Antonella Giardina, giornalista e critica cinematografica. Un grande applauso finale da parte del pubblico in sala  ha suggellato la fine della proiezione.

 

Giovannella Galliano


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Domenica 25 novembre sono stati convocati a Piazza Armerina le giovani atlete, classe 2004-2005, selezionate dal Centro Tecnico Federale Regionale per formare la rappresentativa regionale femminile

 

Scicli, 26 novembre 2018 – L’atleta della Ciavorella Marianna Miccichè è stata selezionata per la preparazione tecnico atletica delle giovani leve (classe 2004-2005) che andranno a formare la rappresentativa regionale femminile.

L’allenamento si è tenuto al Pala Ferraro di Piazza Armerina sotto la coordinazione del Referente tecnico territoriale unico per la Sicilia Ninni Gebbia e dei tecnici federali Lilia Malaja e Maurizio Giordano.

Viva è stata la soddisfazione espressa dai tecnici della società sciclitana Santo ed Alberto Carestia per la scelta effettuata dal Referente Tecnico Territoriale che in più di una occasione ha posto l’attenzione al vivaio giovanile societario sia maschile che femminile.

Sono diversi anni infatti che la società ha avuto giovani talenti del vivaio scelti a far parte dei selezionati per le rappresentative regionali o provinciali.

Questa attenzione verso il vivaio societario rappresenta motivo di soddisfazione per lo staff tecnico e per i programmi didattico formativi che la società annualmente approva.

Negli ultimi tempi questa attenzione si è avuta anche da parte di qualificati tecnici societari di importanti club provinciali e regionali.

La giovane atleta Marianna Miccichè, nel febbraio di quest’anno, è stata chiamata a far parte del progetto “Azzurro 2018”.

 

Giuseppe Carestia


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Ragusa, 18 gennaio 2019 – Il cinema Lumière compie 15 anni. Tanti sono gli anni trascorsi da quando è stato inaugurato il 18 gennaio del 2004 con la rassegna Girando le pagine ideata e diretta da Sebastiano Gesù, storico del cinema, recentemente scomparso. Tra gli ospiti all’inaugurazione, i registi: Emidio Greco, Pasquale Scimeca, Francesco Maselli, Alberto Rondalli; le attrici Donatella Finocchiaro, Tiziana Lodato.

Nel corso degli anni il Lumière ha ospitato la rassegna Andate e Ritorni, Cinema e migranti, diverse edizioni del Costa iblea Film festival diretto da Vito Zagarrio, che ha visto a Ragusa la presenza di personaggi che hanno fatto la storia del cinema italiano come Ettore Scola, Dario Argento, Liliana Cavani e Gianni Amelio e ha visto mostre di pittura a cura del gallerista Salvatore Schembari, presentazione di libri, concerti e spettacoli teatrali.

Hanno, inoltre, calcato il palco del cinema artisti del calibro di Franco Battiato, Luca Zingaretti, Sabina Guzzanti, Veronica Pivetti e tanti altri attori e registi che hanno reso il Lumiere fulcro dell'offerta culturale della città di Ragusa.

La programmazione cinematografica ha sempre privilegiato la qualità attraverso la proposta di proiezioni d'essai. Spesso e volentieri è stata ospitata la proiezione di opere prime, locali e non, ed è stata data voce a richieste di spazi per prestigiosi incontri di vario tipo.

La direzione del Lumière ha organizzato il cineforum "I mercoledì da leoni" e da diversi anni collabora con il cineclub Fitzcarraldo per l'ormai consueta rassegna di cinema d'essai "Appuntamento al buio" e con l’ufficio diocesano per la cultura per la realizzazione di rassegne cinematografiche.

La direzione e lo staff ringraziano gli affezionati cinefili che hanno permesso con la loro presenza e il loro affettuoso sostegno di poter offrire alla città un cinema di qualità nell’unica sala rimasta nel centro storico di Ragusa.

 

La direzione del cinema Lumière

 

 


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Scicli, 7 gennaio 2019 – L’Italia e il Giappone sono divisi da più di diecimila chilometri e, all'apparenza, sembrano mondi lontani, diversi. 

La distanza, però, non amplifica le differenze ma sottolinea le similitudini tra due nazioni dalle civiltà e tradizioni millenarie, città d'arte e territori tormentati ma di una bellezza incredibile fatta di mare, montagne, vulcani.

Da questi spunti parte il progetto Hasekura, coordinato da Renata Piazza, esperta di turismo sostenibile e innovazione sociale, siracusana, residente in Giappone, che da anni collabora con la nuova generazione di imprenditori nipponici decisi a creare, dopo lo tsunami causa nel 2011 della distruzione della costa orientale del paese e della crisi nucleare di Fukushima, modelli di vita e fonti di reddito alternativi ai modelli già consolidati. 

Per il secondo anno consecutivo, quindi, un altro gruppo di imprenditori del Sol Levante tornerà a Scicli per una due giorni, dal 9 al 11 gennaio, per studiare e confrontarsi con una delle migliori realtà ricettive siciliane, Scicli Albergo Diffuso. 

I viaggiatori giapponesi, infatti, non solo saranno ospiti nelle camere di Scicli Albergo Diffuso ma potranno conoscere appieno, sperimentandola in prima persona, l'esperienza del vivere sciclitano, tra cene tipiche e visite guidate alla scoperta delle bellezze della cittadina barocca; non mancheranno, naturalmente, i momenti del confronto e della scoperta del modello di albergo diffuso che tanto ha affascinato il Giappone: dalla nascita, sei anni e mezzo fa, all'ideazione di quello che è un vero e proprio sistema di accoglienza territoriale, Sicilia Ospitalità Diffusa.

L'appuntamento è un nuovo attestato di stima per il lavoro svolto da Ezio Occhipinti e dal suo staff, Vincenzo Burragato, Sara Carbone ed Eva Speranza, grazie ai quali Scicli Albergo Diffuso è diventato un punto di riferimento nell'etica dell'accoglienza e della valorizzazione di tutti gli aspetti della cittadina iblea: dalla cura degli immobili storici alla scoperta di esperienze uniche tese a valorizzare un territorio meraviglioso, diventato riferimento nel campo dell'ospitalità anche a diecimila chilometri di distanza.

 

v. b.


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Scicli, 28 dicembre 2018 – Tempo di Natale e di presepi: a Scicli più che mai con la tradizionale Via dei Presepi, l’immaginario cammino capace di unire tutti i presepi, delle parrocchie e privati, composti in occasione delle feste natalizie. 

Il 29 dicembre e il 2 gennaio, però, la Via dei Presepi si arricchirà dei ciceroni di Tanit Scicli, le guide dell’associazione culturale sciclitana accompagneranno, infatti, i viaggiatori e gli sciclitani alla scoperta della più vera tradizione natalizia, con raduno entrambi i giorni alle 16.30 di fronte il Museo dell’Antica Farmacia Cartia.

Un percorso magico quello di Tanit, tra le viuzze medievali e le cave della cittadina iblea, vissuta all’imbrunire, raccontata sotto le luci di Natale, per accarezzare appieno la magica atmosfera della festa più suggestiva dell’anno, tra pastori di terracotta e gli effetti scenici più elaborati, fino ad ammirare la straordinaria bellezza del presepe di San Bartolomeo, gioiello tra i gioielli della nostra città.

 

Per informazioni e prenotazioni, chiamare o scrivere all’Associazione Culturale Tanit Scicli: +39.338.8614973 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 


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Scicli, 15 dicembre 2018 – Imparare l'italiano a Scicli, nella terra del Commissario Montalbano, soggiornando nelle stanze dei palazzi nobiliari ottocenteschi di Scicli Albergo Diffuso è diventata abitudine gradita per i britannici che decidono di approfondire la nostra lingua in patria per poi svolgere qui il loro viaggio studio.

Tutto ciò sta accadendo anche grazie ad un programma di destagionalizzazione messo in atto insieme ad altre realtà siciliane. 

Dopo aver ospitato a settembre studenti scozzesi, un altro gruppo di inglesi, in questi giorni, è arrivato a Scicli per praticare l'italiano tra le vie barocche del centro storico ma anche delle vicine Modica, Ragusa e Noto. Le lezioni si svolgono giornalmente presso le sale del Millennium, dove si trova anche la reception di Scicli Albergo Diffuso e culmineranno con il reading di poesia previsto al Circolo Culturale Vitaliano Brancati, domenica prossima. Naturalmente non mancheranno visite guidate e attività alla scoperta delle eccellenze del nostro territorio.

Una bella soddisfazione per la città e per l’Albergo Diffuso che guarda già al prossimo gruppo che arriverà a gennaio, questa volta dal Giappone: prosegue infatti l'interesse di viaggiatori e operatori del turismo nipponico, di ritorno a Scicli per una due giorni alla scoperta della nostra città, dopo il fruttuoso scambio culturale dello scorso anno (al quale parteciparono anche operatori cambogiani), desiderosi di esportare il modello dell'ospitalità diffusa nel paese del Sol levante, divenuto ormai riferimento ben fuori dai confini di Scicli.

 

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Tutte le attività osserveranno un minuto di silenzio in occasione della cerimonia funebre civile

 

Scicli, 8 ottobre 2018 – Il sindaco di Scicli, Enzo Giannone, ha proclamato il lutto cittadino per martedì 9 ottobre 2018, in seguito alla scomparsa di Piero Guccione. 

Domani saranno esposte le bandiere a mezz’asta nelle sedi comunali e in tutti gli uffici pubblici del territorio di Scicli. 

Un minuto di silenzio sarà osservato da tutte le attività cittadine in concomitanza con la cerimonia funebre civile, che si terrà in piazza Municipio alle 18, con l’allocuzione del sindaco di Scicli. 


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Scicli, 7 ottobre 2018 – Piero Guccione è stato molto più di un pittore di fama mondiale. Per Scicli ha rappresentato la figura dell’intellettuale impegnato nel civile, in maniera concreta e fattiva.

Il sindaco Enzo Giannone e l’amministrazione comunale esprimono il proprio cordoglio per la scomparsa del pittore che diede vita al “Gruppo di Scicli”, ricordando le doti di personaggio del mondo della cultura che ha contribuito, con la propria generosità, a finanziare campagne per la pulizia del territorio, contro il randagismo, per sostenere l’editoria locale e l’edizione di libri, che senza Piero Guccione non sarebbero mai nati. 

Piero Guccione fu anche, in una felice quanto breve stagione della Politica a Scicli, assessore alla cultura della giunta presieduta dal preside Pino Lonatica. In quella amministrazione era presente, nella veste di giovane assessore, l’attuale sindaco di Scicli. 

Piero Guccione ha legato il suo nome a Scicli in maniera non scindibile, dando testimonianza di amore per la propria terra, e per le proprie radici.

Dire Guccione, nel mondo, ha significato dire Scicli, e questo ha portato lustro, prestigio, fama alla città di suo padre, umile sarto che insegnò a Piero l’arte del disegno. 

Il Comune ha deciso di destinare l’ex Convento del Carmine a sede della nascitura Fondazione per ricordare l’opera del maestro. 

 

L’amministrazione comunale allestirà la camera ardente per l’ultimo saluto a Piero Guccione a palazzo Spadaro, martedì 0 ottobre, dalle 9 alle 18. Al termine, in via Mormina Penna, si terrà un rito funebre civile con l’allocuzione del primo cittadino. 


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Scicli, 17 Luglio 2018 – Torna l’estate e sale in voi la voglia di stare all’aria aperta, scoprire nuovi luoghi e conoscere persone? I venerdì con Tanit sono la giusta ricetta. 

Dal 20 luglio al 7 settembre, infatti, l’associazione culturale sciclitana vi porterà lungo percorsi storici, culturali e naturalistici unici a Scicli, per farvi così assaporare la vera essenza della cittadina barocca iblea.

Si comincia il 20 luglio con una delle passeggiate classiche di Tanit, quella dedicata alle chiese rupestri di Scicli, scrigni nascosti intrisi di misticismo e fede popolare, dove è ancora palpabile la sacralità di una fede antica. Passeggiata poi che si replicherà il 13 agosto, essendo anche un Cammino Sacro inserito nel calendario di Vie Sacre Sicilia.

Seconda tappa, il 27 luglio, alla scoperta degli antichi quartieri di San Giuseppe e dell’Altobello, con le loro ripide scalinate che si aprono su paesaggi meravigliosi, tra la chiesa settecentesca di San Giuseppe e una visita nella bellissima e suggestiva chiesa del Calvario a metà del colle di San Marco. 

Novità è la passeggiata del 3 agosto, dove si esplorerà il Colle San Matteo, sul quale sorge l’omonima chiesa, simbolo di Scicli. Si andrà alla scoperta delle origini della città, percorrendo gli antichi sentieri della Scicli preterremoto, visitando le chiese che costellano il colle, godendo, infine, della vista mozzafiato sulla città stessa.

Il 24 agosto sarà la volta del quartiere di San Bartolomeo. La passeggiata inizia da via Castellana e porta alla scoperta dei luoghi nascosti dell’antico quartiere di San Bartolomeo, percorrendo le stradine medievali tra i colli di San Matteo e San Marco, dalle quali emergono la meravigliosa chiesa di San Bartolomeo e quella rupestre di Piedigrotta, passando poi sotto il quartiere trogloditico di Chiafura, per arrivare alla torre medievale in Via Loreto.

Il 31 agosto si vestirà, invece, d’avventura tra il convento di Sant’Antonino e la Scala del Padre Eterno: una novità delle passeggiate di Tanit, un percorso storico e naturalistico allo stesso tempo, un trekking che porta alla scoperta del bellissimo convento di Sant’Antonino e della sua storia, salendo poi alla Scala del Padre Eterno, passando tra scale scavate nella roccia, chiese rupestri dimenticate e tombe di epoca castellucciana, fino al punto panoramico dove si ammira una vista mozzafiato su Scicli. 

Gli appuntamenti si concludono il 7 settembre con la passeggiata lungo la cava di Santa Maria la Nova, quartiere mariano per antonomasia, ricco di tesori architettonici e di luoghi del folklore sciclitano. Questo percorso ci porta alla scoperta delle chiese di Santa Maria della Consolazione e del Santuario di Santa Maria la Nova, costeggiando anche il convento domenicano dedicato alla Madonna del Rosario e finendo con l’Eremo di San Guglielmo Cuffitella, luogo di particolare fascino, e la Grotta delle Cento Scale.

Per informazioni e prenotazioni, chiamare o scrivere all’Associazione Culturale Tanit Scicli: +39.338.8614973 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 


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Cittadinanza onoraria al dott. Angelo Buscema, Presidente della Corte dei Conti. A Scicli sabato 23 giugno

Scicli, 8 giugno 2018 – Conferimento della Cittadinanza onoraria al dott. Angelo Buscema, Presidente della Corte dei Conti, sabato 23 giugno a Scicli.

La cerimonia ufficiale, con la consegna della pergamena,  sarà nell’Aula consiliare del Comune di Scicli alle ore 18.

Interventi di Sindaco Giannone e del Presidente del Consiglio comunale dott. Danilo Demaio.

Alle ore 19 al Cortile del Convento del Carmine una Lectio Magistralis del dott. Buscema su “La Corte dei Conti organo di garanzia al servizio dello Stato-comunità”.

Introdurranno prof. Roberto Pennisi, Sac. Antonio Sparacino, prof. Giuseppe Mariotta. 

Interventi dell’Avv. AntoninoGentile, avv. Caterina Riccotti, Prof. Agatino Cariola. Quest’ultimo relazionerà su “La funzione e il ruolo istituzionale della Corte dei Conti”.

In chiusura “L’inno alla gioia” di Beethoven a cura del Complesso bandistico Città di Scicli.


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Articolo tratto da NoveTV.com:

Il contatore delle visualizzazioni continua ad aggiornarsi e non vi sono dubbi, la diretta della Festa della Madonna delle Milizie di Scicli su NoveTv esce “vittoriosa”.

Siamo stati i più seguiti con numeri che, ripetiamo, crescono di ora in ora.

In migliaia ci avete guardato ieri sera, collegati sulla pagina Facebook e migliaia direttamente dal sito novetv.com

Tantissimi i commenti postati, molte condivisoni che ci hanno permesso di arrivare veramente in tutto il Mondo: Germania, Francia, Inghilterra e poi più vicino, da Malta e dall’Italia Roma, Torino, Firenze, Milano, Treviso, Parma, Varese, Trieste, ecc., ecc..



 

Il popolo del web ci premia, premia il lavoro di una squadra che supportata solo da aziende private riesce a raggiungere questi risultati, senza MAI percepire contributi economici da enti pubblici. Non per questo non possiamo non ringraziare il Comune di Scicli per il supporto logistico che ci ha offerto.

Vi siete collegati dall’Italia e dal Mondo durante le oltre due ore di diretta condotta da Giovanni Giannone, coadiuvato dal direttore Carmelo Riccotti La Rocca assieme ai preziosi interventi di Salvo Miccichè.

Vi riproponiamo il video qui di seguito, buona visione ancora...

 

[Link

 


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Ragusa, 7 Novembre 2018 – Nonostante il periodo che vede la disoccupazione al 10.1% (dati aggiornati al 31 ottobre 2018), in crescita rispetto alle stime, per i croupiers in Sicilia ci sono molte richieste e poche candidature.

Due giovani croupiers, Enrica Zuccarello e Andrea Zancla,  dopo aver sperimentato che  sulle navi crociera e nei più rinomati Casinò europei  la grande opportunità di lavoro, da qualche anno sono titolari della “Chilton Scuola Croupier” di Catania.

Sono anche ex allievi della Chilton. Enrica ha frequentato la scuola nel 2007 ed è partita sulle navi Costa Crociere, Andrea ha iniziato nel 2008 e dopo un anno nel casino di Malta (Dragonara) si è imbarcato sulle navi insieme alla sua collega. Nel 2012 hanno deciso di aprire la sede della scuola Chilton a Catania, nella quale, oltre ad essere i gestori, sono anche insegnanti delle tecniche di gioco.  Quest’anno sono 100 le richieste di personale qualificato da parte di importanti compagnie ma al momento in Sicilia le figure istruite non sono sufficienti a coprire la richiesta. Per questo motivo hanno deciso di riaprire le selezioni per trovare nuovi aspiranti croupiers a Catania il prossimo 24 Novembre. Enrica e Andrea ci spiegano come in un momento di crisi del lavoro questa è una grande opportunità per tantissimi giovani in cerca di occupazione.

«Sono richiesti 100 ragazzi/e per lavorare in Inghilterra, Malta o sulle navi MSC e Costa Crociere, – dice Enrica Zuccarello –. La richiesta di croupiers, infatti, è cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi anni e in questi mesi ha subito un'ulteriore impennata. Questi ragazzi avranno l’opportunità di lavorare in prestigiosi casinò a terra o a bordo di navi da crociera. Le destinazioni sono le più disparate: Cuba, Messico, Canarie, Caraibi, Sud Africa, Asia, Nord Europa sono solo alcune delle mete toccate dalle prestigiose compagnie di crociera».

 

Come mai questa grande richiesta di personale e quali sono i requisiti per poter lavorare?

La figura del croupier è fondamentale all'interno dei casinò di terra o in nave – spiega Andrea Zancla – si occupa di accettare le scommesse dei giocatori, servire al tavolo da gioco, controllare la liceità delle puntate e pagare le vincite. È un lavoro a contatto col cliente, che permette di guadagnare cospicue mance, alle volte superiori allo stipendio stesso. Requisito essenziale è la conoscenza base dell'inglese, che può essere acquisita anche da noi con insegnanti madrelingua (altre lingue sono alquanto gradite) e l'attitudine adatta al contatto col cliente. È un lavoro dinamico che da anche la possibilità di girare il mondo: un impiego che permette di viaggiare e divertirsi. Gli stipendi base di un croupier si aggirano intorno ai 1400 euro di media al mese.

Attualmente le numerose richieste di occupazione non sono supportate dalle candidature. Cosa avete deciso di fare per far si che la vostra esperienza possa essere di aiuto per tanti giovani in cerca di lavoro?

 Io ed Andrea – continua Enrica – abbiamo aperto questa scuola e  molti ragazzi hanno creduto in noi e in questa nuova opportunità lavorativa. Oggi abbiamo deciso di far sapere ai giovani siciliani che tutti possono letteralmente mettersi in gioco in un contesto internazionale per avere la possibilità di iniziare un'esperienza unica nel suo genere. Entro Natale sono richiesti 100 casinò dealers per casinò inglesi, maltesi ed in nave. Arrivano richieste anche dalla Svizzera. Tuttavia, essendo la richiesta superiore all'offerta, la Chilton Scuola Croupier, con sedi storiche a Palermo e Catania, ha deciso di far fronte alle numerose richieste aprendo recentemente una nuova sede a Reggio Calabria. Inoltre, la Chilton Scuola Croupier di Catania, ha organizzato una sessione straordinaria di selezioni: giorno 24 novembre 2018. I candidati potranno, previa presentazione del curriculum vitae tramite mail all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., sostenere un colloquio selettivo ed accedere ad una settimana di corso totalmente gratuita. Inoltre, il 2019 sembra essere l'anno di vero e proprio boom per la figura del croupier: si prevedono assunzioni in costante aumento e una richiesta di casinò dealer che non ha precedenti.

 

Questa sembra essere una bella sferzata delle aziende estere che decidono di investire sui ragazzi siciliani superando l'idea dell'italiano choosye demotivato. Sembra proprio che il futuro dei siciliani possa risiedere in aziende estere che riconoscono nei ragazzi siculi una figura vincente nel lavoro a stretto contatto col pubblico.

Giovannella Galliano


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Da parte di tutti noi di Ondaiblea giungano a voi tutti e ai vostri cari sentiti auguri di Buon Natale, buone feste e felicissimo anno nuovo, in vista del 2019.

Grazie perché ci seguite sempre e condividete i nostri articoli!

Possano realizzarsi i vostri e i nostri sogni, per una società migliore e più giusta.

 

Merry Christmas, Joyeux Noël, Buon Natale, Happy New Year, Bonne Année, Buon Anno

с рождеством Христовым - с Новым годом


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Un brano evergreen del bravissimo Lucio Dalla recita “L’anno che verrà” portando con sé non poche riflessioni.

L’anno volge a termine e già si preannuncia il nuovo, e così via. Ogni volta, dunque, riflettiamo su quello che “sarà” o “potrebbe essere” l’anno nuovo che, come un bimbo ai primi passi, barcolla e incede con quella incertezza di chi è ancora alle prime armi.

Ci incontriamo per strada, dal parrucchiere, al bar, in ufficio, al market, in treno, in bus, in sala d’attesa dal dentista, ma l’augurio è sempre quello. Ci rinnoviamo non solo gli affettuosi saluti ma anche gli auguri di un “sereno fine anno” e un “buon inizio”. Ecco, buon inizio! L’inizio sarà senz’altro foriero di buoni propositi (ad esempio dieta, sport). Ma saranno davvero rispettati? Sicuramente è meglio non fare previsioni e affidarci a ciò che ci presenta l’immediatezza della giornata. Magari ci alzeremo scontenti per i problemi dell’indomani che, tra l’altro, è pure lavorativo. Saremo imbronciati perché abbiamo la nostra auto un po' vecchiotta. I pensieri si affastelleranno su come pagare la bolletta del gas e quella della luce. Non troveremo parcheggio perché c’è sempre qualcuno che ci precede. Dal fruttivendolo ci sarà sempre qualcuno, anche nel nuovo anno, che salterà la fila dicendo di aver fretta perché altrimenti perde il bus che passa nei prossimi minuti. Il cellulare squilla perché il capo ufficio chiede spiegazioni del nostro ritardo. I ragazzi a scuola guardano sempre il loro smartwatch che scandisce il tempo sognando l’ora dell’uscita perché devono condividere sui social il video riguardante l’ennesimo tatuaggio sul collo.

Tutto ciò è l’anno che verrà. E’ nuovo perché apparentemente è diverso. Noi saremo più maturi (forse) e avremo un anno in più. Allora quale sarà la novità? La novità l’abbiamo ogni giorno senza che ce ne accorgiamo. In che senso? Appena ci alziamo respiriamo aria nuova, apriamo la finestra e osserviamo la natura, il sole, le nuvole e, soprattutto, abbracciamo le persone che amiamo e che ci amano. Questa è la novità quotidiana che è sempre sotto i nostri occhi ma che, molto spesso (anzi quasi sempre), non riusciamo a coglierne l’essenza con il sorriso di chi ama la vita anche se questa ogni giorno ci riserva molte sorprese a volte spiacevoli.

A proposito di quest’ultime qualche giorno fa ho chiesto ad un ragazzo di colore, che svolge la sua attività nei pressi di un grande supermercato, come riesca ad affrontare la sua precaria quotidianità. Mi ha risposto con un emozionante sorriso. Questa è una lezione di vita che cercherò di non dimenticare per affrontare l’anno nuovo.

 

Giuseppe Nativo


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Ragusa, 29 aprile 2018 – Nei primi anni di questo secolo ho conosciuto un signore molto distinto, dai modi molto signorili, quasi ottocenteschi, modicano ma trapiantato nell’Urbe per motivi professionali, e con alle spalle oltre settanta primavere. Nonostante il divario notevole di età, abbiamo stretto un’affettuosa e sincera amicizia che prosegue, ormai, da quasi tre lustri (oggi è ultranovantenne). Quando lo sento telefonicamente, per le feste comandate, con ironia esordisce dicendo “Ci siamo ancora!”. 

Vorrei mutuare questo suo modo di dire anche per il nostro sito web Ondaiblea.it. Non tanto per la locuzione “Ci siamo”, che di questi tempi è già molto, quanto per l’avverbio di tempo “ancora”. 

Proprio da qui vorrei partire, ovvero dal significato di “ancora” che, anche nel nostro caso, vuole indicare la persistenza di un’azione durativa nel tempo.

Fra alcune settimane (a luglio prossimo) la Redazione, lo staff e, soprattutto, il nostro sito on line www.ondaiblea.it (l’erede di “Scicli on the web” degli anni ’90) andrà a soffiare sulle dieci candeline che virtualmente inseriremo nel nostro cuore, nella nostra mente, nel nostro intimo. Potremmo dire di essere cresciuti, in un certo qual modo, insieme. Abbiamo attraversato insieme una piccola, ma significativa, porzione del nostro tempo.

Nel 2008 ancora non facevo parte della “piccola-grande” famiglia di Ondaiblea.it, ma già ne sentivo gli echi. Ricordo, come se fosse ieri, la grande accoglienza (ma anche affetto) con cui mi accolsero Salvo Micciché (direttore editoriale e instancabile anima operativa) e Marco Iannizzotto (firma storica di Ondaiblea.it). Con loro è sorta una grande amicizia, sincera e duratura, che, tra l’altro, è ancora palpabile e profuma di fresco come il primo giorno! Con il direttore Carmelo Riccotti La Rocca ci conoscevamo per la mia collaborazione giornalistica prestata quando lui era il responsabile di altra testata. Nel corso di questi anni si sono aggiunte non poche collaborazioni che ci hanno arricchito su diversi fronti, non ultimo quello umano. In questi due lustri abbiamo navigato nelle “turbolente” e “tormentate” acque del web sotto l’egida di Salvo Micciché che ha tenuto le fila con quella che, idealmente, potremmo definire “forza erculea”.

La rete oggi comporta, innanzi tutto, numerose competenze per districarsi nell’ormai complicato campo dell’editoria on line. Il settore giornalistico, a volte, dà l’impressione di essere un campo minato. Le cosiddette “fake news” sono sempre in agguato. Le metodologie di fare giornalismo sembrano apparire in forme diverse rispetto al passato. Tutto sembra correre in maniera sfrenata e, talora, si perde anche il “gusto” della notizia. Oggi non basta essere “i primi” a pubblicare un contributo. Ciò perché emerge l’indifferibile necessità di un approfondimento della notizia stessa. Si è alla ricerca di un quid che possa interessare il lettore, ormai smaliziato e bombardato da notizie flash “usa e getta”. Da qui la nostra esigenza di distinguerci non solo per il doveroso principio di fornire la “giusta” informazione ma anche per il “come” questa viene data ai lettori. Gestire un sito on line come il nostro Ondaiblea.it non è facile e, su tale tematica, il nostro direttore editoriale (Salvo Micciché) potrebbe sicuramente scrivere diversi volumi al riguardo.

In aggiunta alle varie problematiche ci sono anche quelle di natura commerciale, purtroppo sempre più pressanti e che, non di rado, si riflettono anche sulle future sorti di una pubblicazione on line la quale – come le altre, del resto – risente dell’attuale congiuntura.

Ciononostante cerchiamo di dare il meglio di noi scendendo in campo ogni giorno e cercando di cogliere – ove possibile – il lato positivo delle molteplici problematiche.

Concludo questo mio modesto intervento non senza ringraziare coloro i quali quotidianamente ci incoraggiano ad andare avanti con la loro sempre gradita e preziosa collaborazione giornalistica (il pensiero va, ad esempio, alla bravissima collega Giovannella Galliano, ma anche – ovviamente – a tutti gli altri che non elenco – e me ne scuso – per evitare di dimenticarne qualcuno).

 

Quando la nostra testata giornalistica compirà il decimo compleanno, in libreria dovrebbe essere già presente (per i tipi di un rinomato editore romano) l’ennesima pubblicazione a stampa dell’ultima fatica storico-archeologica che porta le stimate firme di Salvo Micciché e Stefania Fornaro.

 

Ah! … Dimenticavo di augurare a Voi tutti una buona lettura!

 

Giuseppe Nativo


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Ignazio La China, San Guglielmo Cuffitella - un profilo agiografico, Edizioni ilminutod'Oro
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Ignazio La China, Appunti per una Storia della Pietà popolare a Scicli, Editrice Sion
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La Sacra Rappresentazione delle Milizie, Editrice Sion
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