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  • Argomento: Storia

Bernardo Cabrera, il primo conte, succeduto ai Chiaramonte, estese il dominio della Contea di Modica aggiungendo alla Contea i territori di Giarratana, Chiaramonte, Monterosso, Biscari, Comiso, Spaccaforno.

Investito del titolo con privilegio dato a Palermo il 20 giugno 1392, ricevette benefici eccezionali, da estendere a eredi e successori, tra cui l’esportazione dal caricatore di Pozzallo 12.000 salme di grano ogni anno esenti dal pagamento dell’imposta di dogana dovuta al demanio reale[1].

   Si trattò – ha affermato Eugenio Sortino Trono Schininà[2] –, della “maggiore infeudazione dell’isola, che dava il primato fra i magnati di Sicilia”, aggiuntasi ai suoi domini feudali di Catalogna. L’armata si riunì a Portfangós verso metà febbraio 1392, con lui la trentunenne regina Maria di Sicilia che con i due Martini tornava al suo regno. Lo sbarco in Sicilia, precisamente a Termini, avvenne nell’estate 1394; la meta fu poi Catania, realizzatasi «attraversando ad insegne regie spiegate l’interno dell’isola pullulante di schiere baronali ribelli»[3]

   Egli si rivelò scaltro politico e guerriero audace. Nipote di re Martino il Vecchio, fu un colto gentiluomo già insignito di plurimi titoli nobiliari. C’è da credere che nella Catalogna del secolo XIV la formazione del suo carattere ferrigno sia stata condizionata, sin dalla nascita alla giovinezza, dalle traversie del suo casato (dal nonno Bernart II al padre Bernart III).

    L’insigne studioso Francesco Garofalo, la cui opera si fa complicità educando alla passione del documento[4], ha scritto: “Difficile sarebbe comprendere gli accadimenti dei primi periodi della sua vita, se non li si narrasse in parallelo a quelli occorsi al nonno Bernat II e al padre Bernat III, che perciò andremo necessariamente ad esporre, anche se, per rendere agile la lettura, abbiamo scelto di trattare, di volta in volta in nota”.

  Si può dire che dalla sua indagine il personaggio, già undicenne e assistito da validi precettori, appare nello splendore della sua formazione umanistica, fisica e castrense malgrado un rovescio della sorte (“la caduta in disgrazia e la persecuzione della sua famiglia, la condanna e la decapitazione dell’illustre e potentissimo nonno, le traversie e la prigionia del padre (…), la confisca dei domini della sua casata”).

   Prigioniero di Pietro il Crudele e poi libero, alla fine del 1369 condusse parte della giovinezza tempestosa per ottenere la revoca della confisca dei beni, aiutato dalla forza d’animo della nonna. E fu appunto il tenace orgoglio a favorirne l’ascesa del tutto personale e non priva di implicazioni pubbliche.

«Si preparavano intanto in Sicilia –, leggiamo nel testo di Garofalo–, i destini di Bernardí».

   Per la programmazione del “passagium in Sicilia”, il 1391 fu un anno di notevole impegno, mettendo egli a punto una poderosa armata di mare e di terra (un esercito imponente e una flotta ingente al suo comando di quarantenne come Ammiraglio, nonché Capitano Generale dell’Esercito). Lo stesso anno presenziava a Barcellona, insieme ai più noti feudatari di Aragona-Catalogna, al matrimonio di Martino il Giovane, sedicenne, con la regina Maria di Sicilia (unica figlia ed erede di Federico III, nata nel 1361).

    Poi l’evento che diene una svolta agli accadimenti. Già vedovo a ventotto anni, Martino sposò per procura la diciassettenne Bianca di Navarra, figlia del re Carlo III il Nobile, re di Navarra, e di Eleonora, sorella del re di Castiglia. Definita dall’annalista “maravilla hermosa y muy excelente princesa”, può darsi che fosse una donna bella e piacente stando al ritratto dipinto nel 1664 da David Teniers il Giovane. Una cosa è comunque certa: il suo corpo, splendido o meno, aveva un’anima politica e guerresca. Con una dote di centomila fiorini d’Aragona, che facevano comodo alle casse dissanguate del Regno di Sicilia, aveva certamente tutte le carte in regola per essere accolta in trionfo a Palermo.

    Avvincono le pagine in cui Francesco Garofalo si sofferma sui rapporti di Bernardo con Bianca, sottraendoli ad ogni tratto romanzesco per ricondurli in un conflitto dominio. Anche se non mancarono voci calunniose nei suoi confronti che dicevano di avere adescata la diciassettenne durante la lunga traversata per Palermo quand’era promessa sposa a Martino, figlio primogenito di Martino il Vecchio, si è costruita per coprirlo di ridicolo una storia tra il vecchio libertino e la giovanissima, eletta vicaria in Sicilia alla morte del marito.

   Fantasiosa la relazione tra i due, tant’è che Martino il Vecchio, lo prosciolse dall’accusa e lo fece liberare dal castello di Catania dove era stato rinchiuso, imponendo al figlio di prestare al conte di Modica ogni soccorso contro i subdoli nemici che l’avevano messo in cattiva luce (il Lihori e i suoi seguaci). Ma il conflitto non si spense fino a degenerare dopo la morte dei due Martini (il giovane nel 1409, il vecchio l’anno successivo): Bianca, donna dal carattere volitivo, con l’appoggio di feudatari a lei devoti s’imponeva per mantenere sino alla nomina del nuovo sovrano un potere che non più le apparteneva; Bernardí con le sue ragioni sostenibili in linea di diritto mirava a conquistarlo in qualità di Maestro Giustiziere e primo magistrato del regno.

   La ricostruzione storica mandata avanti dal Garofalo mostra una Sicilia dilaniata dalle due fazioni, da offensive militari, da rivalità fra le città. Nemmeno le decisioni assunte dal Parlamento, riunitosi a Taormina tra il 10 e il 18 agosto 1491, riuscirono a far cessare le ostilità. Disattese da entrambe le fazioni, il Cabrera, dopo l’espugnazione di Naro, raggiunse Palermo ma dovette ritirarsi ad Alcamo per la sconfitta del suo esercito, senza tuttavia rinunciare al progetto ambizioso di sottomettere la regina Bianca.

   Si disse che Bernardo l’avesse inseguita per soddisfare voluttuosi senili invaghimenti e si narrò della sua proposta di matrimonio, e del rifiuto di lei per quel vecchio privo di senno (Hui senex scabide!): Bianca da una finestra del castello Ursino, lui da una barca cantandogli una canzone da innamorato erotico. Ma Ecco che questo brano di Francesco Garofalo fa chiarezza sull’argomento: «Ai primi di gennaio 1412, Bernardì, “di ambizione e di libidine ardente”, come scrisse Rosario Gregorio, tentò ancora di impadronirsi della regina vedova: partito da Alcamo, ove s’era arroccato, piombò nottetempo con seguito numeroso di armati su Palermo, scorse la città senza incontrare resistenza e penetrò nello Steri, ove risiedeva Bianca, che, sorpresa nel sonno, risvegliata dai rumori, solo a stento riuscì a salvarsi fuggendo precipitosamente, seminuda, con alcune sue donzelle, raggiungendo la Cala e lì imbarcandosi su una galea comandata dal suo figlio Raimondo de Turrillis; questi, sciolte le vele, la trasportò, in una notte di navigazione, al castello di Solunto. L’episodio, descritto da Lorenzo Valla con accenti grotteschi, e ripreso più e più volte dai nostri storici, si inquadra ovviamente nello scontro politico-militare tra l’ambizione di Bianca e quella del conte di Modica, e non nasce certamente dalla pretesa libidine senile che la bella navarriana avrebbe ispirato all’anziano Bernardí. Sfuggitogli l’obiettivo principale della sua sortita, egli mise a sacco lo Steri, impossessandosi di tutti i preziosi, i mobili e le scritture della regina».

    L’esclamazione, pronunciata in catalano «Persi la pernice, ma ne tengo il nido» fece sbizzarrire gli scrittori siciliani su un episodio tanto ridicolo quanto inverosimile: che il Cabrera, invasato da smaniose debolezze, si fosse voltolato avidamente nel caldo letto di Bianca per aspirarne i profumi.

    Quattro secoli dopo Raffaele Solarino scriverà: «… l’episodio comico dello Steri sarà stato un abile ripiego dei fautori di Bianca, di offuscare con l’ombra di una passione sfrenata le mire ambiziose del Cabrera, onde porre costui sotto una luce equivoca, e coprirlo di ridicolo, restringendo in una cerchia erotica ciò che era una questione di diritto; sarà stata l’esuberante fantasia con la quale gli storici posteriori crearono aneddoti così piccanti: ma la critica moderna, dallo esame dei fatti e degli uomini, deve ritenere che la lotta tra la vedova regina e il gran Giustiziere fu lotta di preminenza, non di un amore che s’irrita sino alla rabbia puerile”[5].

   Quando si riaccese la guerra tra le due fazioni, avvenne il fatto increscioso: il Lihori lo fece incarcerare nel suo castello-fortezza di Motta S. Anastasia, facendolo calare in una cisterna vuota. Per le piogge il livello dell’acqua saliva e sarebbe morto affogato se lo stesso Lihori non fosse intervenuto per la gran pena a suo favore. La narrazione, storicamente documentata, si sviluppa con colpi di scena: dal fallimento della tentata fuga dal castello di Motta alla liberazione voluta dal nuovo sovrano Ferdinando I di Castiglia ma subordinata a determinate condizioni, accettate da Bernardí[6].

    La Contea di Modica venne amministrata dalla figlia Timbor. Assolti carichi importanti, sotto il re Alfonso, detto il Magnanimo, poté farvi ritorno nel 1421: «Sono ben curiosi i casi della storia. Otto anni prima era stato obbligato ad allontanarsi dall’isola come un criminale, avendo perduto il favore regio e gran parte dei suoi domini; e ritornandovi, entra nella capitale con tutto il suo orgoglio restaurato, con la vecchia prestigiosa carica, col favore del re (…): a 71 anni d’età, Bernardí si mostra ancora prode e formidabile guerriero, dimostrando ancora una volta la sua fedeltà alla corona».

 

Federico Guastella

 

[1] Per l’approfondimento: E. Sipione, I privilegi della Contea di Modica e le Allegazioni di G. L. Barberi, in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, Catania, 1960.

[2] E. Sortino Trono, I Conti di Ragusa e della Contea di Modica, ristampa Libreria Paolino Editore, Ragusa, 1988.

[3] Oltre all’opera di F. Garofalo da cui è tratta la citazione virgolettata, degno di essere nominato il volume di M. Vindigni, I Cabrera Conti di Modica tra Catalogna e Sicilia 1392-1480, Torino-Pozzallo, 2008.

[4] F. Garofalo. Bernardí, Editore Fondazione Teatro Italiano Carlo Terron Milano, Tip. Effe Grafica Fratantonio srl, Pachino (Sr), 2012.

[5] R. Solarino, La Contea di Modica – Ricerche storiche, Piccitto&Antoci, Ragusa, 1885-1905, vol. II, ristampa Università popolare, Ragusa, 1973. In generale sulla Contea di Modica cfr. anche la bibliografia su Solarino, Giuseppe Barone, Enzo Sipione ed altri storici della Contea, in Salvo Micciché e Stefania Fornaro, Scicli. Storia, cultura e religione (secc. V-XVI), Carocci Editore, 2018.

[6] 1) Don Bernardo de Cruillas, come procuratore di Bernardo Cabrera, fece al re omaggio e giuramento di fedeltà, 2) Bernardo Cabrera doveva consegnare al re 120.000 fiorini, per i danni e i pregiudizi da lui cagionati alle città siciliane appartenenti alla Corona; 3) all’uscita dalla prigione, Bernardo aveva otto giorni per lasciare la Sicilia e venire direttamente in Aragona; 4) al suo arrivo, e prima che trascorressero quindici giorni, avrebbe dovuto presentarsi a corte; 5) Don Bernardo de Cruillas doveva mettere in potere del figlio del Conte di Pallars i castelli di Hostalric, Argimón, Montclús e Palafolls, con tutte le loro fortificazioni (F. Garofalo, p. 135).

 

 

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